La tecnologia del Buio


Molecole “visionarie”

Molti affezionati che seguono questo blog dal 2007 ricorderanno senz’altro i miei frequenti contatti con alcuni ricercatori indipendenti, come ad esempio il norvegese Ananda Bosman, con il quale ho avuto la possibilità di compiere un piccolo tragitto insieme prima che certe incomprensioni, partorite primariamente da alcuni contrasti di origine filosofica con la sua “dottrina”, ci dividessero definitivamente. Ma non temete. Non intendo scrivere un memoriale. Sarebbe noioso, tedioso e non gioverebbe ad alcuno. Quello che però intendo fare è un piccolo resoconto di ciò che abbiamo imparato in questi anni su “certi argomenti”, sperimentandoli in prima persona. Comprendo bene che si tratta di un articolo fin troppo ricco e carico di informazioni, e che richiederà uno sforzo maggiore nella sua comprensione. Ma so che molti di voi sono preparati e che potranno tranquillamente fruire il “corpus” dei suoi contenuti. Perciò consiglio di stamparlo e di leggerlo con calma.

Ananda Bosman, in uno dei suoi seminari blindati a cui ebbi modo di assistere nel 2007, parlò di una pratica antichissima che definì “DARKROOM” (camera oscura). Pratica che ovviamente non ha nulla a che vedere con i luoghi da sfrenata lussuria e sesso anonimo presenti in certe vie a luci rosse di Amsterdam, o in certi locali notturni del litorale adriatico. In breve si tratta di un ritiro programmato, durante il quale i partecipanti restano per 72 ore (fino a un massimo di 504 ore) nella più totale assenza di stimolazione fotica (assenza di luce). Quando Ananda a un certo punto del suo seminario propose questo sistema “shock” per risvegliare l’Epifisi (Ghiandola Pineale) dal suo stato di atrofia, lo fece in un modo talmente accattivante che in me scattò immediatamente qualcosa. Come una sorta di forte risonanza con tale metodo che mi spingeva a tutti i costi non solo a sperimentarlo ma volerne sapere sempre di più. Così, dopo tutte le nostre vane insistenze spese a richiedere l’organizzazione di un ritiro di questo genere in Italia – e uso il termine “vane” poiché di fatto nessuno si è mai prodigato a soddisfare le molte richieste ricevute – siamo partiti alla volta della Thailandia per sperimentare il metodo direttamente dal Maestro Taoista Mantak Chia, il quale, paradosso dei paradossi, l’ha ricevuto da Ananda stesso (almeno così ci è stato detto). Lamentele a parte, sono felice di averlo sperimentato in Thailandia perché Mantak Chia è un vero “guerriero”: poche chiacchiere e molti fatti.

CENNI DI “TECNOLOGIA DEL BUIO” NEL 496 – I periodi certamente più significativi della mia infanzia li ho trascorsi in provincia di Forlì-Cesena e precisamente a Galeata. In questo piccolo comune di appena 2.500 anime passavo ogni anno con i miei nonni un piacevole e frizzante periodo estivo, durante il quale avevo modo di vivere a stretto contatto con la sanguigna genuinità di questa gente straordinaria e con l’avvolgente natura che circonda i suoi verdi e rigogliosi confini. Un paesino immerso nel 2011 come qualunque altro. Eppure, a tuttoggi, nonostante il crescente afflusso di abitanti extra-comunitari che elevano di parecchie centinaia di unità il censimento demografico, il tempo a Galeata sembra essersi fermato agli anni ’50: tutti si conoscono, tutti si sostengono e quando uno di loro, per malattia o per vecchiaia passa a miglior vita, tutto il paese si stringe attorno ai familiari del defunto e partecipa emozionalmente al loro dolore. A circa 3 km dal paese, si erge su una piccola collina l’antica Abbazia romanica costruita da un certo “Ellero” o “Illaro” (ora venerato come santo dalla Chiesa cattolica con il nome di S. Ellero o S. Illaro), all’interno della quale sono tuttora conservate le sue spoglie mortali.

L’Abbazia si trova sulla sommità del colle che domina il paese ed è raggiungibile tramite due vie: la prima e più semplice è la moderna strada asfaltata (Via Sant’Ellero) che inizia al termine di Via Togliatti; la seconda, un po’ più faticosa ma assai più suggestiva, è attraverso l’antichissima mulattiera che si arrampica dai piedi alla cima del colle, lungo la quale sono poste le cappelline della Via Crucis, erette a cura delle famiglie principali di Galeata a metà ’800. Da notare inoltre, quasi al termine della mulattiera, l’altra colonnina galeatese, ma questa volta di origine bizantina, posta nel luogo del leggendario incontro tra il Santo e l’imperatore Teodorico. L’Abbazia col tempo crebbe in influenza e in potere tanto da diventare un nullius, una “quasi diocesi”, a capo di circa quaranta parrocchie estese in un territorio compreso tra la Romagna e la Toscana.

Da fonti certe si evince che S. Ellero di Galeata nacque alla Tuscia, nel viterbese, e ad appena dodici anni decise di vivere come un eremita. Lasciò la casa paterna e si inoltrò sulle colline dell’Appennino settentrionale. Come dimora per la vita eremitica (e poi per quella cenobitica), scelse un monte della valle del Bidente a poca distanza dal corso del fiume, nei pressi dell’odierna Galeata. Qui costruì una cappella dove pregare, mentre passò le notti in un riparo di fortuna. Il primo seguace di S. Ellero fu il nobile Olibrio, un pagano di Ravenna, che stando a quanto si racconta venne liberato dal Santo da uno spirito maligno (in molti testi si parla di ossessione, altro termine per indicare un Invasamento Demoniaco o (P)ossessione) e poi battezzato insieme a tutta la famiglia. Rimasto vedovo esattamente tre giorni dopo aver ricevuto il battesimo, Olibrio si offrì insieme ai due figli come compagno di vita monastica, donando tutti i suoi averi e un piccolo terreno, sul quale Ellero fondò, verso il 496, il nucleo monastico di Galeata.

La regola del suo monastero era semplicissima, simile a quella di San Pacomio (seguita da molti eremiti, prima che si affermasse quella di San Benedetto): preghiera comune, digiuno, lavoro nei campi e carità. Il monastero di Ellero divenne negli anni un centro importante e rispettato e il suo Abate fu per diversi secoli la massima autorità civile e religiosa dell’Appennino forlivese.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare le pratiche rituali proposte all’interno del suo monastero, non rispecchiavano propriamente i canoni del precetto cristiano “tradizionale”. Vi si possono infatti ravvedere delle forti influenze caucasiche proprie dello Zoroastrismo presente in alcuni monasteri del medio-oriente. Ad esempio, i monaci dovevano svegliarsi a mezzanotte per la preghiera, alle sei del mattino iniziavano i lavori campestri e alle nove si ristoravano insieme a parca mensa. Poi si dedicavano alla lettura e alla preghiera fino alle 3. Da notare la tempistica sulla quale si basa questo stile di vita: preghiera a mezzanotte (12), lavori campestri all’alba (6), ristoro a metà mattinata (9) e lettura e preghiera a metà pomeriggio (3) sino all’imbrunire. Filosoficamente parlando, sono esattamente gli orari che segnano sul quadrante dell’orologio i quattro punti cardinali, i quattro evangelisti, i quattro animali della Sfinge egizia, i quattro elementi (e volendo potremmo anche aggiungergi “i quattro gruppi sanguigni” ma questa è un’altra storia) ecc. ecc. Il cosiddetto quaternario che era il simbolo usato da Pitagora per comunicare ai discepoli l’ineffabile nome di Dio, il quale significava l’origine di tutto ciò che esiste. Ma se le usanze del Maestro Pitagora appaiono strane a qualunque profano abbia la sventura di incontrarle, S. Ellero non era certo da meno: quando i suoi monaci dovevano cibarsi di frutta, queste venivano poste in un cesto ricoperto da un panno e ciascun monaco doveva prendere la sua parte senza possibilità di scelta e senza dare alito ad alcuna preferenza in particolare. Ciò probabilmente veniva compiuto per fissare dentro al monaco il concetto dell’essere “nulla”. Da qui la necessità di non sviluppare in sé alcuna preferenza: un sistematico e fruttuoso abbattimento dell’Ego individuale, al fine di annullare la separazione tanto agoniata dall’Io, per fondersi con tutte le cose.

SOLO LEGGENDE? – I resoconti storici sulla vita di questo Santo sono moltissimi, il cui “corpus” viene definito perlopiù una “leggenda” persino dagli stessi uomini di Chiesa. Difatti qualche mese fa, mentre girovagavo per Galeata in cerca di materiale per compilare questa piccola ricerca, mi capitò di domandare al parroco del paese una copia di un manoscritto compilato da Don Franco Zaghini, tutto incentrato sulla figura del Santo Abate, intitolato Vita di Ellero (Editore il Ponte Vecchio). “Ma non deve credere a tutto quello che c’è scritto sa?” mi ammonì il parroco del paese, “… sono solo leggende…” Certo fa strano sentirsi dire da un prete “sono solo leggende le imprese di un Santo”, vista la natura di quello che dovrebbe essere il suo credo. E probabilmente è così. Nemmeno i preti credono più.

Ad ogni modo, queste famose “leggende” riferiscono di eventi di ‘guarigione di massa’, durante i quali l’Abate avrebbe dato sfoggio pubblicamente di non meglio precisate ‘abilità paranormali’.

Il mio compito non è naturalmente constatare o contestare la veridicità di questi eventi. Per quanto mi riguarda sono stato testimone fin troppe volte di eventi assolutamente “inspiegabili”, nei confronti dei quali non posso più restarne impassibile. Ma in questo caso, mi limito semplicemente di osservare certe forti analogie con le pratiche religiose che questo Santo osservava, e una strana attività endocrina che si attiva nel corpo umano, anche ai giorni nostri, mentre ci avviamo a compiere un certo tipo di “cammino”. Analogie davvero interessanti e molto poco casuali, sulle quali davvero pochissimi hanno posto l’attenzione.

Una conferma “storica” circa gli strani accadimenti che avvenivano nei pressi dell’Abbazia, la si deve proprio a una di queste “leggende”. Si narra di una fase diplomatica inizialmente molto contrastata tra il Santo Abate e Teodorico il Grande, signore degli Ostrogoti. Teodorico era profondamente attratto da ciò che si diceva accadere nei pressi dell’Abbazia che fece ordinare la costruzione nei suoi pressi di una villa di soggiorno[1] per i periodi di caccia, e nel farlo pretese l’aiuto da parte di tutti i cittadini di Galeata. Ellero, dal canto suo, tutto proteso all’erezione della sua grande Chiesa e dell’annesso monastero, volle ignorare di proposito la dispotica ordinanza regale; perciò nessuno dei suoi venne inviato a lavorare per il goto signore. Teodorico, per tutta risposta, inviò un littore con 40 soldati armati fino ai denti, i quali avevano ricevuto l’incarico di arrestare l’abate per condurlo alla sua presenza. A quel punto i soldati si videro travolti e disorientati da una foltissima nebbia che li fece vagare per i boschi adiacenti per circa due giorni[2], fino a quando, umiliati e confusi tornarono dal loro Re senza aver assolto al compito che gli era stato affidato. Il luogo ove i soldati decisero di desistere dal tentativo di raggiungere l’Abbazia viene chiamato ancora oggi “Rivolto”. Così, l’irascibile sovrano, redarguito aspramente il drappello, montò il suo destriero e furente decise di salire rapidissimo il monte. Giunto nei pressi del recinto del monastero, il cavallo, si fermò come fosse stato “colpito dalla folgore” e a nulla valsero le percosse e lo stimolo del sovrano, il quale si trovò inspiegabilmente immobilizzato. Finché, il Santo benedicente, apparve a liberare il Re dall’incomoda e irremovibile posizione. Da quel momento tra il Servo di Dio e il goto monarca nacquero sinceri sentimenti d’amicizia e di reciproco rispetto, e l’Abbazia beneficiò di munifiche e regolari donazioni e altri privilegi.

Tornando a noi e all’analisi del misterioso background che circondava questo santo, ricordo che quando da piccolo frequentavo l’Abbazia, ebbi spesso modo di entrare nella piccola cripta posizionata sulla verticale dell’altare (vedi Fig.1) che il Santo fece scavare esattamente sotto l’abside. Il fascino intrigante di questa cripta deriva principalmente da due particolari della sua architettura alquanto interessanti: nel piccolo scavo all’interno del muro (grande abbastanza da contenere un corpo umano), Ellero fece posizionare sul terreno un’enorme pietra sulla quale sedersi, chiamata Lo Scranno, e sopra il soffitto fece scavare un buco circolare (vedi Fig.2) la cui circonferenza è grande abbastanza da contenervi la sommità del cranio. L’enorme pietra serviva a sedersi, d’accordo, ma a cosa serviva il buco scavato sopra la testa? Secondo i resoconti presenti negli antichi codici, l’Abate Ellero portava a compimento lunghissimi periodi di digiuno, preghiera e meditazione seduto all’interno della cripta e completamente al buio per giorni e giorni interi, seguendo a più riprese questo ciclo: 3 giorni, 7 giorni, 14 giorni ed infine 21. Il buco circolare serviva quindi, con ogni probabilità, a “reggere” il capo dell’Abate e a mantenerlo in asse con tutta la spina dorsale, probabilmente anche per evitare che cascasse di lato durante il sonno, oppure per evitare di “deconcentrarsi” durante quelle che sostengo essere state delle vere e proprie attività di “trance”. Molti sostenitori della meccanica dei plessi energetici (i cosiddetti chakra), invece ravvederanno sicuramente altre ragioni più “sottili”.

Di fatto, in quella scomoda posizione, seduto su di un masso freddo e alquanto scomodo per giorni interi, Ellero non solo otteneva l’effetto di rinforzare la propria Volontà (elemento primario in qualsiasi cammino di VERA elevazione spirituale e che senza il suo totale controllo da parte della nostra volontà cosciente, è impossibile qualsiasi elevazione) dimenticandosi così dei piccoli disturbi del corpo che conducono alla distrazione dalla Grande Opera, ma certamente gli forniva anche la sensazione di essere un tutt’uno con la struttura. Io stesso ho passato una trentina di minuti totalmente al buio seduto in quella posizione (di più purtroppo non mi è stato concesso) e la sensazione di “divenire parte integrante della struttura dell’Abbazia” è fortissima. Difatti, seduto in quella posizione tentai in meditazione di divenire cosciente della grande struttura che mi sovrastava. Nell’arco di 15 minuti, una volta agganciata la concentrazione necessaria, di fronte al buio dei miei occhi chiusi comparve una specie di “spioncino” – fatto che si è ripetuto altre volte in altre occasioni – che s’ingrandì pian piano, dietro il quale si venivano a proiettare delle immagini assolutamente luminose, composte prevalentemente da dipinti medioevali che rappresentavano delle furenti battaglie e scontri tra migliaia di soldati. Questi “quadri” non erano fotogrammi fermi, ma erano in costante movimento e i cavalieri che apparivano maggiormente in primo piano rispetto agli altri, combattevano tutti con delle enormi spade infuocate. La lucentezza e la vividezza di queste immagini, ricordo bene, mi lasciò senza fiato. Poi la visione, sempre assolutamente cosciente, terminò con la proiezione di alcune vetrate tipiche delle grandi cattedrali europee, come ad esempio quella di Notre Dame, finché lo “spioncino” si richiuse piano piano. Dopodiché più nulla. Il tutto è durato circa 7/8 minuti.

Mi è assolutamente chiaro che il tema di quelle visioni si manifestò coerentemente con l’ambiente nel quale mi trovavo, ma escludo assolutamente la possibilità di una banale “visione ipnagogica”, poiché ne conosco perfettamente le caratteristiche, e le immagini che ho visto, possedevano “una luce molto più vivida e assai differente” dalle visioni ipnagogiche. Devo inoltre ammettere di non essermi dovuto sforzare più di tanto per trovare in me la giusta concentrazione. Anzi. Mi sono stupito di quanto sia stato semplice… cosa che difficilmente accade quando mi trovo in città.

Dicevo dunque che questa piccola cripta possedeva sicuramente per l’Abate una duplice – e forse una triplice – funzione. Funzioni che ritengo venissero a svolgersi tutte e tre in contemporanea: 1° rafforzamento della Volontà, 2° rafforzamento della concentrazione e forse, il 3° era di natura completamente psichedelica e generato primariamente dal sucesso nel compimento delle prime due funzioni. Ritengo, in via del tutto speculativa e sarebbe interessante eseguire delle analisi più approfondite, che quella cripta, se utilizzata con coerenza all’interno di un certo “protocollo” di meditazione, possa essere uno strumento in grado di stimolare alcune principali ghiandole endocrine a produrre una certa quantità di beta-Carboline dalle proprietà maggiormente psicoattive. Ma spiegherò meglio più avanti di cosa si tratta.

Perchè asserisco che si trattava di funzioni che avvenivano in contemporanea? In molte culture esoteriche, in particolar modo quella Indù, si parla nei riti iniziatici di vari “stadi” o “prove” che l’adepto deve portare a compimento prima di procedere verso i passi successivi… nel caso della cripta di S. Ellero, le funzioni primarie per sbloccare le cosiddette “siddhi”, venivano svolte appunto tutte insieme e in una sola volta. In pratica Ellero si era costruito una sorta di “cella di potenziamento” super-accelerata per l’acquisizione di certe abilità tra cui la chiaroveggenza, e questo si sposa perfettamente con la mentalità occidentale… perché aspettare? Facciamo tutto in una volta così non ci pensiamo più! Vedremo infatti più avanti che questo fatto, ossia il sostare per lunghissimi periodi al buio totale ed in meditazione, in una particolare condizione ambientale, trova riscontro in moltissime pratiche iniziatiche ad opera di svariate sette religiose provenienti dai quattro angoli della terra. Questo processo serviva (e oggi possiamo asserirlo con un margine d’errore molto basso) all’attivazione nel corpo umano di tutta una serie di meccaniche metaboliche considerate ancora un “mistero” persino dalla scienza moderna. A tuttoggi, gli abitanti di Galeata, amano profondamente Sant’Ellero e raccontano che chiunque inserisca la propria testa nel foro presente nella cripta, e pregherà Dio di guarire con tutta la sua Anima, non soffrirà più di alcun male finché vivrà. Molte sono le testimonianze di guarigione “miracolosa” che si raccontano a Galeata. Al di là delle leggende, ed eliminando dunque una buona percentuale di informazioni errate o alterate dalle semplici dicerìe, so bene che dove c’è un pò di fumo c’è sempre un pò di arrosto, perciò andrò a trattare tutta una serie di considerazioni che oggi trovano molte corrispondenze.

“TECNOLOGIA DEL BUIO” MODERNA E LA SCIENZA – Cosa avviene dunque al corpo umano durante un lungo stato di deprivazione fotica totale? Per molto tempo, abbiamo sempre supposto che affrontare lunghi periodi al buio, mettesse in moto la Ghiandola Pineale al punto tale da arrivare a produrre grossi quantitativi di melatonina. Una conferma di ciò, mi venne da un’oncologa di Roma, la Dott.ssa Elisabetta Angelini. Le raccontai che quando le persone rientrano nella vita di tutti i giorni, dopo aver affrontato il ritiro, spesso tendono a non “riconoscersi”. Si sentono come pervase da uno stato di positività permanente che le conduce a sentirsi emozionalmente assai meno coinvolte dalle banali avveristà della vita. La Dott.ssa mi confermò che questo è uno dei “magici” effetti procurati da una grande quantità di Melatonina presente nel sangue. Uno dei partecipanti, dopo un ritiro, mi ha scritto: “Stavo avendo una discussione con il mio datore di lavoro. Me ne stavo lì e lo guardavo mentre lui sbraitava e gli si gonfiavano le vene del collo, e per quanto era nervoso e urlava tutto il suo volto era diventato paonazzo. Così mentre lo guardavo pensavo… ‘Dio mio guarda questo com’è ridotto! E datti una calmata! Vuoi morire giovane?’ La cosa strana è che qualche settimana prima, nelle medesime condizioni, l’avrei tranquillamente preso a calci nei denti nella mia fantasia fino a farlo sanguinare, tanto era il nervoso che avrei sperimentato. Questa volta invece, mentre me ne stavo zitto, è stato come vedere un film senza sonoro. Vedevo solo lui che sbraitava ma non udivo per niente la sua voce. E’ stato come se la mia attenzione fosse altrove. Non solo non me nè fregato un fico secco di ciò che stava pensando del mio operato, ma lo guardavo con il cuore pieno di compassione in quanto, dentro di me non vi era alcuna traccia di nervoso o di odio. Ecco cosa ho provato. E’ stato eccezionale”.

Dunque, è un fatto che tutti produciamo melatonina e se bastasse questa a farci stare in pace con gli altri, allora perché le persone si lasciano andare alla rabbia e alla collera così facilmente, anche per le più piccole stupidaggini? Una delle cause starebbe proprio nello squilibrio delle nostre ghiandole endocrine. L’essere umano, ripeto spesso, è come un astronauta tontolone: si trova a dover governare una nave piena di tasti e bottoni dei quali non ne conosce assolutamente le funzioni. Semplicemente se ne sta lì a ripetere a se stesso “io non tocco nulla perché ho paura di fare danni”. Conoscere le funzioni delle nostre ghiandole endocrine principali ci aiuterebbe a comprendere meglio quelli che appaiono come molti dei nostri vacillanti equilibri. Uno di questi consta appunto nella scarsa produzione di melatonina. La melatonina, sappiamo bene, inizia ad essere prodotta maggiormente durante le ore notturne. Già nel pomeriggio, parallelamente all’aumento dell’oscurità, i suoi livelli iniziano ad aumentare da 5 a 20-30 picogrammi per millilitro. Dopo le ore 20 i livelli si elevano al di sopra di 30 pg/ml mentre il picco massimo viene raggiunto a metà notte, intorno alle ore 2–3, in cui i valori si aggirano intorno a 60-70 pg/ml. Dopodichè i suoi valori decrescono gradualmente sino alle 7 del mattino. Inutile aggiungere che l’esposizione alla luce inibisce la produzione della melatonina in misura dose-dipendente. Ma tradotto in quantità, cosa ci indicano questi picogrammi? Nel Sistema Internazionale delle unità di misura (SI) 1 picogrammo (abbreviazione: pg) equivale a 10 elevato alla –12 grammi, ossia “un milionesimo di milionesimo” (o “bilionesimo”) di grammo. A volerlo tradurre in grammi, ecco come si dovrebbe scrivere: 1 pg = 0,000000000001 g. Possiamo quindi affermare che, per un millilitro di sangue, 70 picogrammi circa a notte sono una quantità assolutamente irrisoria al nostro fabbisogno, e questa è una delle ragioni per le quali il medico finisce per prescriverci quella sintetica. Questo fatto mi ha sempre fatto sorridere. Il nostro corpo è in grado di produrre tutto ciò che gli serve, e spesso ci ritroviamo costretti ad assumere sostanze sintetiche per compensare i nostri squilibri. In realtà non occorrerebbe, e vi spiego le ragioni.

Una delle ragioni principali per la quale spesso la nostra melatonina non raggiunge un quantitativo sufficiente al nostro fabbisogno è appunto la Luce. Difatti quando andiamo a dormire la sera, difficilmente le nostre camere da letto sono completamente al buio, e le nostre palpebre, per quanto utili, purtroppo non sono state concepite per una luce artificiale moderna che “sfarfalla” a 50/60 Hz, e quindi sono assolutamente insufficienti a respingere con efficacia qualsiasi flusso di fotoni provenienti dall’esterno. In altre parole, è sufficiente anche un solo led acceso, una radiosveglia o un lampione per la strada che filtra attraverso la nostra finestra per far sì che la Pineale utilizzi con grande difficoltà il suo pieno poteziale. Per far sì che la nostra Ghiandola Pineale lavori come natura suggerisce all’uomo ignorante, la nostra camera da letto dovrebbe essere TOTALMENTE AL BUIO. Perciò, mi sento di suggerire, quando andate a dormire staccate tutto quanto possa emettere fotoni “artificiali” e se possibile fate qualcosa per schermare la 50 Hz emessa dalle prese della corrente. Per comprendere cosa vi beccate basterebbe un piccolo ricevitore VLF [link] per udire con i vostri orecchi la potenza di questi campi elettromagnetici, anche se non ne avete bisogno perché l’ho fatto per voi. Ho misurato questi campi, per rendermi conto di persona della loro influenza nell’ambiente, e ho rilevato che è impossibile trovare un angolo della casa nel quale questi campi non abbiano influenza.

Siamo completamente immersi nella 50 Hz della corrente elettrica tutto il santo giorno.

ASCOLTATEVI: Quando andate a dormire, immergetevi per quanto vi è possibile nel buio più completo, totale e profondo. Spegnete tutto. Non abbiatene paura perché in molti casi, questo illustre sconosciuto, il buio, può salvare la vita alle vostre cellule e mantenere in equilibrio il vostro stato psicofisico. Inoltre, siamo in estate no? Vi serve la corrente elettrica durante la notte mentre dormite? Forse per tenere il ventilatore acceso, ma se è una di quelle nottate arieggiate, staccate pure il quadro elettrico generale e provate, non credetemi sulla parola, ma sperimentate voi stessi, almeno per un breve periodo di tempo, cosa significhi dormire come dormivamo qualche migliaio di anni fa. E pensare che senza essere dei laureati, ma semplicemente degli appassionati studiosi, l’abbiamo sempre saputo e lo andiamo suggerendo a tutti da almeno 5 anni:

UNIVERSITA’ di HAIFA, Israele, 6 Settembre 2010 (UPI) :: Ricercatori israeliani sostengono che l’inquinamento luminoso ambientale, ovvero la luce intensa durante la notte, costituisca un inquinamento cancerogeno. I ricercatori del Center for Interdisciplinary Chronobiological Research dell’università di Haifa in Israele hanno associato la luce notturna, soprattutto l’inquinamento luminoso ambientale, ad una maggiore crescita del cancro. Essi suggeriscono che questo fenomeno sia dovuto alla minore produzione di melatonina, un ormone che viene rilasciato dalla ghiandola pineale durante le ore buie notturne. Il direttore della ricerca Abraham Haim ed i suoi colleghi hanno iniettato ai topi da laboratorio delle cellule cancerogene e li hanno divisi in quattro gruppi: giorno lungo, 16 ore di luce/8 ore di buio; giorno lungo con topi trattati con la melatonina; giorno breve, 8 ore di luce/16 ore di buio; e giorno breve con esposizione alla luce durante le ore di buio. Lo studio ha rilevato una minore crescita delle cellule cancerogene nei topi con giorno breve. I topi con giorno breve, ma con esposizione alla luce durante le ore buie riscontravano una crescita maggiore delle cellule cancerogene, con una media di mezzo pollice cubo. I topi con esposizione a giornate lunghe riportavano una crescita media di due pollici cubi. Comunque, i topi con «giorno lungo» ma con il trattamento di melatonina avevano solo tumori piccoli, con la dimensione del tumore simile a topi con «giorno breve». I topi con trattamento di melatonina, rispetto ai topi senza cura, riportavano una mortalità significativamente più bassa. «L’esposizione alla luce durante la notte disturba il nostro orologio biologico ed altera il ritmo ciclico che si è sviluppato nelle ultime centinaia di milioni di anni di evoluzione nei quali non eravamo esposti alla luce durante la notte», sottolineano i ricercatori in una dichiarazione. [3]

Perchè ho scritto “non abbiatene paura”? Le statistiche ci informano che il buio non è affatto una fobia prettamente infantile, ma si sviluppa in modo radicale molto di più negli adulti. Infatti, solamente negli Stati Uniti la troviamo al 3° posto tra le fobie più persistenti che coinvolgono oltre 19 milioni di americani[x]. La “paura del buio” è comunemente associata al disagio che si prova nel “non sapere cosa si cela oltre a ciò che non vediamo”. Questo deve suggerirci molto della nostra vita sociale e privata. Se avete paura del buio scoprirete ben presto che avete paura anche del futuro e di tutto ciò che non conoscete o che… NON VOLETE conoscere. Ciò denota, purtroppo, un’enorme disistima di voi e del vostro pieno potenziale: la vera differenza che passa tra quello che per banale convenzione definiremmo “un vincente” o “un perdente”. Le statistiche sul numero delle persone che hanno bisogno di dormire con una luce accesa nella stanza da letto sono incredibilmente elevate. Ora, stando a quanto avete letto sulla scoperta dell’Università di Haifa che ho qui pubblicato, non è immediatamente logico ritenere che la luce artificale durante le ore notturne sia un rischio per la nostra stabilità ed quilibrio biologici? E a conferma di ciò scopro che anche la IARC (l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) annovera i lavori notturni come attività ad elevato rischio di sviluppare il cancro [xiii]. Ora che lo sapete e potete scegliere.

Ma torniamo ora al tema che ci interessa. Cosa centrano questi “stati visionari” che si rendono disponibili ai più durante questi ritiri di meditazione e deprivazione dalla luce con le beta-Carboline prodotte durante la notte? Come dicevamo la sintesi della melatonina, a partire dalla serotonina, è massima nelle ore notturne, e questo grazie alla metabolizzazione del Triptofano, un amminoacido essenziale presente nei cibi. La melatonina, in un processo metabolico completo[4], sostituisce la serotonina cerebrale durante il ciclo notturno, la quale ha il compito principale di inibire la corteccia. Questo ci consente di sognare di correre lungo un prato fiorito senza muoverci nel letto, o di sognare di sentire suonare il campanello senza doverci alzare[5]. La medicina definisce gli stati visionari come delle banali “allucinazioni” derivate da un deficit del sistema serotoninico. Eppure spesso, queste “allucinazioni”, sono in grado di trasformare nel profondo la vita di una persona… così come senz’altro S. Ellero e altri suoi “colleghi” di quel tempo conoscevano attraverso le pratiche meditative e il rigido stile di vita monastico che si auto-procuravano. Il fatto che gli osservatori medici manchino di comprendere che nelle “allucinazioni” vi siano sin troppo spesso elementi comuni a milioni di persone, è un fatto singolare. Come si può parlare di semplici “allucinazioni” quando molti dettagli in esse contenuti vengono condivisi da persone distanti tra loro e che non si sono mai conosciute? Grazie al mio progetto di raccolta testimonianze [link] molte persone mi scrivono di esperienze “particolari” durante i loro stati alterati (o forse dovremmo dire “espansi”) di coscienza, le quali condividono tra di loro le medesime situazioni e dettagli. Com’è possibile questo, se si tratta semplicemente di un banale stato di schizofrenia determinato da uno squilibrio endocrino? Com’è possibile che diverse migliaia di persone vedano le stesse cose, o odano gli stessi suoni? Qual’è dunque la memoria genetica che viene coinvolta durante uno stato di coscienza alterato, come ad esempio l’estasi procurata dalle visioni mistiche? Si tratta di “memoria genetica” oppure di “memoria di campo”? Certamente, se non si è mai sperimentata di persona una condizione del genere è difficile da comprendere, così com’è abitudine della medicina tradizionale allontanare da se tutto quanto manca di comprendere.

IL MECCANISMO DELLE “VISIONI” – Durante l’atto “visionario”, sia esso sia indotto dall’uso di droghe o semplicemente durante un profondo stato di meditazione, vengono in ogni caso coinvolte in minori o maggiori quantità delle sostanze psicoattive[xi]. Nel primo caso sono assunte per ingestione, iniezione o attraverso il fumo; nel secondo invece, grazie a una particolare attivazione della Ghiandola Pineale[xii].

Per la spiegazione di questo processo, purtroppo dovrò essere in alcune parti un pò tecnico e forse un pò noioso, ma è necessario fornire tutti gli aspetti del meccanismo, perché l’informazione non venga travisata dai “soliti noti” sensazionalisti semplicisti.

Molto è stato scritto sui differenti stati di coscienza con o senza l’ausilio di sostanze enteogene (droghe), anche se molta della letteratura scientifica prende le distanze dall’esperienza psichedelica suggerendo un modello di psicosi auto-indotta (psicotomimetica), allo scopo di procurare stati mentali indesiderati. Pochissimi invece ritengono queste esperienze come stati assolutamente normali [6]. L’essere umano avverte in certi particolari momenti della sua vita la necessità innata di alterare deliberatamente il proprio stato di coscienza [7]. Tale ipotesi viene estesa suggerendo che attraverso i sogni la mente faccia esperienza di stati di coscienza alternativi, guadagnando in tale maniera sempre di più nuove prospettive e nuove capacità all’interno dei cosiddetti “sogni lucidi”. Il fenomeno dei sogni è transculturale e capita virtualmente ad ogni essere umano (e forse a molti altri esseri viventi) molte volte durante le ore notturne, eppure, i sogni, sono forse il fenomeno meno compreso di tutta l’esperienza umana.

Come ben sappiamo, gli esseri umani spendono approssimativamente un terzo della loro vita dormendo. Durante questo periodo di riposo e ringiovanimento, meno di un quarto del tempo viene speso in quello stato di sogno definito come Rapid Eye Movement (Sonno REM).

Il REM è l’ultimo dei cinque stadi qualitativamente differenti del sonno che possono venire caratterizzati dall’attività elettroencefalica, e benché la correlazione tra il Sonno REM e lo stato di sogno sia molto forte, non è però assoluta [8, 9]. Tale fase normalmente aumenta di durata e intensità, così come accade ai nostri sogni, arrivando molto spesso a raggiungere un periodo di circa due ore prima della veglia. Questo è lo stato in cui i nostri sogni divengono maggiormente vividi, lucidi e carichi di emotività, ossia quelli maggiormente “ricordabili”.

In questo articolo suggerirò un contorno del meccanismo dei sogni, prendendo in esame i diversi composti endogeni che possibilmente giocano un ruolo primario nella fase REM, e più specificatamente, il fenomeno visivo dei sogni lucidi. Questi composti potrebbero venire presi in considerazione allo scopo di spiegare altri stati di coscienza, come ad esempio quelli sperimentabili in pieno giorno durante certe pratiche meditative, che potrebbero divenire psichedelici durante lo stato di “sogno lucido” o di “visione” in pieno giorno. Essi potrebbero venire prodotti endogenamente, per via delle loro qualità di “induttori di sogni” dose-dipendenti e dall’azione molto rapida (dai 15 minuti alle 2 ore). La dose-dipendenza viene indicata dal graduale aumento dell’attività REM attraverso il ciclo di sonno, quando la maggior parte dei neurotrasmettitori viene prodotta per sostenere eventi REM molto più lunghi. Man mano che noi sperimentiamo più e più sogni durante la notte, l’attività di questi composti suggerisce un meccanismo di iniziazione/inibizione necessario ad iniziare e a terminare il processo della visione. In questa maniera lo stato di sogno non rimane preponderante per tutta la durata del sonno, lasciando spazi liberi al mantenimento di una certa “vigilanza”. Anche se alcune sovrapposizioni possano essere necessarie a una normale attività di “sogno ad occhi aperti”, alcune eccessive infiltrazioni potrebbero avere luogo nella fase di veglia senza che intervenga alcun meccanismo regolatorio. Questo tipo di interferenza potrebbe accadere in alcuni pazienti schizofrenici, dove un meccanismo di sogno desincronizzato concederebbe accesso libero all’intrusione di composti chimichi “sogno-induttori”, durante appunto lo stato di veglia [10, 11]. Invece di limitare questo comportamento abnorme, la metilazione [12] di specifici composti endogeni durante il sonno potrebbero giocare un ruolo importante per la normale salute mentale, all’interno di un adeguato meccanismo di sogno, e non semplicemente un precursore della malattia mentale. In altre parole, le beta-Carboline e le triptamine sono due classi di composti implicate nel bilanciamento tra il “sogno” e l’insanità.

Le beta-Carboline (alcaloidi armalinici) sono degli alcaloidi che si trovano in molte piante e animali. Si ritiene che si sviluppino nel corpo umano come risultato di una condensazione dovuta alle alchilamine (triptamine) con aldeidi (formaldeide), che le quali si formano attraverso la reazione enzimatica con il 5-metiltetraidrofolato (5-MTHF) e/o con l’S-adenosil metionina (SAM), e catalizzate dalla N-Metiltransferasi (NMT) [13, 14, 15, 16]. Questa condensazione è seguita da una ciclizzazione non ancora ben compresa. In aggiunta, le beta-Carboline sono state proposte come legandi endogeni del cosiddetto recettore benzodiazepine [17, 18]. Alcune beta-Carboline hanno mostrato delle forti proprietà psicoattive quando assunte nella loro forma più pura [19], ma sono qualitativamente differenti negli effetti dall’LSD o dalla Mescalina. Naranjo [20, 21] affermò nei suoi studi che una tale distorsione delle forme, una percezione di movimento profondo e un’enfasi di certi colori non fu mai osservata in una serie di beta-Carboline. Mentre il fenomeno più ricorrente di “visione” includeva la “superimposizione di immagini su uno schermo assolutamente piatto, e la visione simultanea di scene accompagnate da una non-falsata percezione degli oggetti circostanti”. In pratica, Naranjo parla di uno stato di piena coscienza all’interno della fase “visionaria”. Un’abbondanza di luce e di colori vividi fu spesso riportata mentre i partecipanti ai suoi esperimenti mantenevano gli occhi completamente chiusi. Secondo Naranjo [21] gli effetti caratteristici delle 6-metossi-beta-carboline furono considerate essere “di una natura meno allucinatoria, ma molto più simile a uno stato di profonda ispirazione ed elevata introspezione”. Naranjo [21] inoltre notò un fenomeno visivo molto ricorrente: “una rapida vibrazione luminosa che si propaga nel campo visivo periferico”.

Durante i nostri ritiri, molti, io compreso, hanno sperimentato questo fenomeno… una sorta di luce “stroboscopica” che si propaga a un lato della visione periferica, in particolar modo durante gli stati meditativi più profondi. Può apparire concentrata unicamente in un occhio, nell’altro, oppure su entrambi: una prova inequivocabile che durante il processo del ritiro DARKROOM vengono coinvolte certe beta-Carboline.

Spesso le persone tendono addirittura a voltarsi nella direzione di questa luce improvvisa, come se avessero la sensazione che qualcuno, magari per errore, abbia aperto una porta o una finestra. Altri fenomeni similari che abbiamo rilevato in presenza di questi stati, coinvolgono la “percezione luminosa del contorno delle proprie mani”, in particolar modo quando queste vengono mosse dolcemente di fronte al campo visivo. Io stesso ho sperimentato questo fenomeno ad ogni ritiro, così come molti altri se ne sono accorti, e l’impressione che si ha è proprio quella di riuscire a vedere perfettamente il contorno della propria mano, e che la mano stessa appaia addirittura più scura e maggiormente nera rispetto all’ambiente circostante. Molti attribuiscono questo fatto alla visione del campo energetico umano, o Aura.

Personalmente non sono contro questa ipotesi, ma, trovandomi più a mio agio a conversare spesso con l’avvocato del diavolo potremmo anche ritenere che il cervello, percependo il movimento degli arti che non può vedere attraverso gli occhi, tenti di attingere alla memoria sovrapponendo virtualmente l’immagine delle mani nel campo buio. Ciò spiegherebbe come mai le persone vedono bene le loro mani, o i loro arti, ma non vedono quelli degli altri. Ad ogni modo la teoria della “memoria” alla quale il cervello attingerebbe, non spiega però come mai le mani appaiano più scure rispetto al loro contorno. Dovremmo aspettarci una sovrapposizione quasi “fotografica”, e invece no: la mano o qualsiasi altra parte del nostro corpo appaiono più scuri del campo “luminoso” che li circonda.

Un’altro fatto curioso che capita spesso durante i nostri ritiri, è che molte persone (soprattutto le donne) affermano, circa al secondo giorno, di vedere “un cielo notturno ricoperto di stelle” o una grande “caverna” nella quale però “si riesce a vedere il cielo stellato”. Questo è molto singolare e può essere spiegato unicamente dal fatto che la Ghiandola Pineale, attraverso i suoi recettori molto simili a quelli presenti nella retina dell’occhio umano, stia effettivamente “vedendo” l’attività elettrica che si sta svolgendo all’interno del cervello, e tramite il segnale che essa invia al nervo ottico attraverso la noradrenalina, ci viene fornita, attraverso una stimolazione visiva, l’impressione di osservare “al di fuori di noi” ciò che in realtà sta avvenendo “dentro di noi”. Un fatto poi davvero strano, che capita molto spesso durante i ritiri e molto simile alla visione del “cielo stellato”, è quello di un enorme OCCHIO composto da miriadi di altri piccoli occhi che sembra “osservarci”. E’ forse questo “l’occhio di Ra” dipinto nelle leggende egiziane? Chissà. Una cosa però è certa: quell’occhio, l’abbiamo visto in parecchi.

Facendo delle ricerche più approfondite su questo fenomeno della “vibrazione luminosa” che si percepisce tramite la visione periferica, ho trovato alcuni studi che affermano che la frequenza di questa vibrazione va dagli 8 ai 12 Hz in moltissimi animali [22]. 8 e 12 Hz! Interessante, ho pensato. E’ come se in quello stato, il nostro apparato visivo ci comunicasse, anche senza l’uso di un elettro encefalogramma, la banda di frequenze delle nostre onde cerebrali, la quale coinvolge primariamente una forte stimolazione delle onde Alfa. Siamo o non siamo uno strumento incredibile? Le onde Alfa sono notoriamente coinvolte quando i nostri occhi sono chiusi durante lo stato di veglia, e durante le fasi REM, ma non durante gli altri quattro stadi del sonno [23]. Il fenomeno vibratorio del campo visivo indotto dalle armaline coinvolte è molto interessante nel contesto delle fasi REM, dove il Rapid Eye Movement fa da eco a un processo molto profondo di sonno. Molti dati antropologici suggeriscono che gli alcaloidi armalinici (beta-Carboline) possano essere molto di più che semplici allucinogeni. Molte di questi composti sono stati utilizzati tradizionalmente dalle società primitive per indurre le esperienze extra-corporee, chiaroveggenza, visioni simultanee di gruppo, visione remota e divinazione [20, 24]. Circa 10 tipi differenti di beta-Carboline sono state trovate nei tessuti mammari [25]. Benché i loro precursori metabolici sono disponibili naturalmente, gli esatti percorsi biosintetici coinvolti in vivo devono ancora venire confermati. I metaboliti solubili in acqua delle beta-Carboline prodotte endogenamente sono stati identificati nelle urine dell’uomo e c’è una crescente evidenza che suggerisce che alcuni di questi composti si vengono a formare sotto speciali circostanze fisiologiche, come ad esempio il consumo di alcol. Le beta-Carboline vengono trovate anche nel plasma dell’uomo e in particolare sono molto concentrate nelle piastrine, ma non solo. Sono state trovate appunto nella Ghiandola Pineale [11] e nella retina [26], agendo molto probabilmente da neuromodulatore o da neurotrasmettitore, ed è stata chiama Pinolina (o Pinealina).

Così come molte beta-Carboline, la Pinolina è un tipico composto serotoninergico, una proprietà che condivide con la Psilocibina e altre triptamine psichedeliche. Con la sua azione inibisce gli enzimi della monoammino ossiadasi-A (MAO-A), e possiede la proprietà unica di aumentare la concentrazione nel cervello di serotonina [22]. Dato che la Pinolina e le altre beta-Carboline endogene inibiscono la MAO-A, altri composti più labili come le triptamine agiscono per promuovere le “visioni” e i “sogni”.

CONCLUSIONE – In questo articolo abbiamo speculato sulla produzione endogena di composti psichedelici come responsabili dei sogni e delle “visioni” attraverso un ciclo metabolico ben specifico, e riassunto qui in basso nello Schema di Callaway. Abbiamo visto che durante uno stato di meditazione più o meno profondo, come quelli che raggiungiamo durante i nostri ritiri al buio, possono verificarsi fenomeni visionari anche durante lo stato di veglia. Abbiamo inoltre speculato che uno strumento “ascetico” come una “cripta”, e in particolar modo la cripta dell’Abbazia di S. Ellero a Galeata (Forlì-Cesena), attraverso un metodo di preparazione psicofisico ben specifico, abbia avuto svariate funzioni allo scopo di incentivare nell’asceta la forza di Volontà e la Concentrazione, e che tale conseguimento su entrambe scateni una sorta di rilascio di sostanze psichedeliche da parte della Ghiandola Pineale. Abbiamo visto come la ricerca confermi che la fisiologia dell’uomo non sia conforme con le luci artificiali emesse durante le ore notturne, e vi sono forti probabilità che l’inquinamento fotico notturno sia una causa di degrado cellulare potenzialmente cancerogena e che dovremmo imparare a dormire completamente isolati da qualsiasi fonte di luce.

RISORSE

[1] S. Fuchs, Galeata, Vorlaüfiger Bericht, in «Archäologischer Anzeiger, Beiblatt zub Jahrbuch des Arhcäologischen Instituts», 1942, Coll. 259-277 e Der Palast des Theodorich in Galeata bei Forlì, in «Germanien», XV (1943), pagg. 109-118; G. Jacopi, Galeata (Forlì)Scavo in località Saetta, in «Notizie degli scavi», 1943, pagg. 204-212; F. Krieschen, Theodorich Palast bei Galeata, in «Arhcäologischer Anzeiger», cit. 1943, pagg. 459-471; P. Lévêque, Le Pais de Thédoric le grand à Galeata, in «Revue Archéologique», XXVIII (1974), pagg. 58-61
[2] Acta Sanctorum, Mai, III, pagg. 473-475, Ed. 3a, pagg. 471-474. Bibl. Hag. Lat., nn. 3914-3915.
[3] http://newmedia-eng.haifa.ac.il/?p=3501
[4] Dr. J. C. Callaway, Mechanism For Visions of Dream Sleep. Department of Pharmacology & Toxicology, University Of Koupio, Finland.
[5] Choi S, DiSilvio B, Fernstrom MH, Fernstrom JD. The chronic ingestion of diets containing different proteins produces marked variations in brain tryptophan levels and serotonin synthesis in the rat. Neurochem Res. 2011 Mar;36(3):559-65. Epub 2011 Jan 5
[6] Jacobs B. L. Dreams and Hallucinations: A Common Neurochemical Mechanism Mediating their Phenomenological Similarities. Neuroscience & Biobehavioral Reviews. 2: 59, 1978.
[7] Weil A. W. (ed.). The Natural Mind: A Way of Looking at Drugs and Higher Consciousness. Boston; Hougton Mifflin, 1972
[8] Ebihara S., Marks T., Hudson D. J., Menaker M., Genetic Control of Melatonin Synthesis in the Pineal Gland of the Mouse. Science 231: 491, 1986
[9] Gillin J. C., Sitaram N., Janowsky D., Risch C., Huey L., Storch F. I. Cholinergic Mechanism in REM Sleep. In Sleep: Neurotransmitters and Neuroregulators. (A. Wauquier, J. M. Gaillard, J. M. Monti, M. Radulovacki, eds) Raven Press, New York, 1985
[10] Maurizi C. P., The Anatomy and Chemistry of Hallucinations and a Rational Surgical Approach to the Treatment of some Schizophrenic Syndromes. Medical Hypothesis 17: 227, 1985
[11] Osmond H., Smythies J., Schizophrenia: A New Approach. Journal of Mental Science 98: 309, 1952
[12] La Metilazione o la Transmetilazione è un processo per mezzo del quale i gruppi metilici (CH3) sono trasferiti da una molecola ad un’altra. Essa è un processo biochimico indispensabile alla vita, salute e rigenerazione delle cellule del corpo.
[13] Kari I., 6-Methoxy-1 ,2 ,3 ,4-tetrahydro-beta-carboline in Pineal Gland of Chicken and Cock. FEBS Letters 127, 2: 277. 1981
[14] Buckholtz N. S., Minireview, Neurobiology of beta-Carboline. Life Sciences 27: 893. 1980
[15] Rommelspacher H., Susilo R., Tetrahydrosoquinolines and beta-Carbolines: Putative Natural Substances in Plants and Mammals. Progress in Drug Research 29: 415. 1985
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[17] Lippke K. P., Schunack W. G., Wenning W., Muller W. E., beta-Carbolines as Benzodiazepine Receptor Ligands. Journal of Medical Chemistry 26: 449. 1983
[18] Muller W. E., Fehske K. J., Borbe H. O., Wollert U., Nanz C., Rommelspacher H., On the Neuropharmacology of Harman and other beta-Carbolines. Pharmacology Biochemistry and Behavior 14: 121, 1979
[19] Shulgin A. T. Profiles of Psychedelic Drugs: Harmaline. Journal of Psychedelic Drugs 9 (1): 79, 1977
[20] Naranjo C. Hallucinogenic Plant Use and Related Indigenous Belief Systems in the Equadorian Amazon. Journal of Ethnopharmacology 1: 121, 1979
[21] Naranjo C. Psychotropic Properties od Harmala Alkaloids. p385 in Ethnopharmacologic Search for Psychoactive Drugs. (D. H. Efron, B. Holmstedt, N. S. Kline, eds.). U.S. Public Health Service Publication #1645. Washington, D.C. 1967
[22] Ho B. T., Pharmacological and Biochemical Studies with beta-Carboline Analogs. Current Developments in Psychopharmacology 4: 152, 1979
[23] Cartwright R. D., (Ed.). A Primer on Sleep and Dreaming. Addison-Wesley Publishing Company, Menlo Park. California, 1978
[24] Lamb B. F. (Ed.). Wizard of the Upper Amazon: The Story of Manuel Cordova Rios. Houghton Mifflin, Boston. 1975
[25] Airaksinen M. M., Kari I. beta-Carbolines, Psychoactive Compounds in the Mammalian Body. Part 1. Occurrence and Metabolism. Medical Biology 59: 21, 1981
[26] Leino M. 6-Methoxytetrahydro-beta-carboline and Melatonin in Human Retina. Experiemental Eye Research 97: 325, 1984

[x] http://it.wikinoticia.com/cultura%20scientifico-disciplinare/Scienza/83623-i-10-fobie-piu-comuni
[xi] Strassman R., DMT La Molecola dello Spirito – NewTone – Roma (presto disponibile in italiano con la prefazione a cura dell’etnomicologo Giorgio Samorini)
[xii] Correlation between Pineal Activation and Religious Meditation Observed by Functional Magnetic Resonance Imaging / Chien-Hui Liou[1],[2], Chang-Wei Hsieh[1],[2], Chao-Hsien Hsieh1, Si-Chen Lee[3], Jyh-Horng Chen[1] & Chi-Hong Wang[4] – [1] Interdisciplinary MRI/MRS Lab, Department of Electrical Engineering, National Taiwan University, No. 1, Section 4, Roosevelt Road, Taipei, Taiwan 106, ROC. [2] Anthro-Celestial Research Institute, The Tienti Teachings, No. 41, Wenjeng Lane, Jungming Tsuen, Yuchr Shiang, Nantou, Taiwan 555, ROC. [3] Department of Electrical Engineering, National Taiwan University, Taiwan, ROC. [4] Department of Neurology, Cardinal Tien Hospital Yung Ho Branch, No. 80, Chunghsing Street, Yungho City, Taipei, Taiwan 234, ROC. – Nature Precedings : hdl:10101/npre.2007.1328.1 : Posted 15 Nov 2007
[xiii] http://www-dep.iarc.fr/

ALTRE RISORSE UTILI

i. http://www.webmd.com/cancer/news/20040908/light-at-night-may-be-linked-to-cancer
ii. http://www.sciencenetlinks.com/pdfs/nearsight_actsheet.pdf

Articolo di Andrea Doria | Link – trovato su Lorecalle.it | Link

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