L’illusione della libertà

La cultura orientale ci insegna che l’essere umano, per vivere una vita sana ed in salute, dovrebbe seguire i ritmi della natura, costituiti da momenti di attività alternati a momenti di riposo.

L’uomo moderno invece ha troppe cose da fare. Non può assolutamente fermarsi: deve alzarsi presto per andare a lavorare in ufficio otto ore, tornare a casa, preparare la cena, accudire i figli e la famiglia, sbrigare tutte le faccende domestiche. Chi ha tempo di seguire la natura?

Eppure se ci fermassimo un attimo per riflettere forse capiremmo che siamo vittime di un inganno globale. Proviamo a porci una semplice domanda:

Io sono libero?

Prima di rispondere però vi invito a leggere questo passo di Mirco Mariucci, tratto dal suo saggio L’illusione della libertà.

Buon risveglio!

Laura Callegaro | crescitaspirituale.it

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L’illusione della libertà.

In un mondo dominato dalle merci dove per sopravvivere si è costretti a procurarsi il denaro, il meccanismo di asservimento dei lavoratori si basa su di un semplice ricatto: o vendi la tua forza lavoro al capitale oppure rischi di morire di fame.

La maggior parte degli individui non è libera di scegliere il lavoro che più gli piace e così, non avendo capitale a sufficienza per avviare l’attività che ha sempre sognato, è costretta a sottomettersi.

Un normale contratto di lavoro consiste nella cessione di 8-10 ore al giorno della propria unica esistenza, che vengono messe a completa disposizione delle esigenze di profitto di altri esseri umani.

Ma i ruoli che il capitale ha ideato per i suoi subordinati, non sono pensati per essere piacevoli, aumentare la qualità della vita o rendere felice un essere umano.

No! Essi sono il riflesso delle necessità del profitto.

Se un imprenditore ha bisogno di mettere in piedi una catena di montaggio, ecco che nasce il ruolo dell’operaio; se invece ha bisogno di produrre o smaltire scartoffie burocratiche, arriva l’impiegato; se ha bisogno di realizzare schemi meccanici o elettrici, si sviluppa la figura del disegnatore. E così via…

Eppure nessun individuo sano di mente baratterebbe in modo spontaneo il proprio tempo esistenziale con un’attività che lo costringerà a una realtà ripetitiva, noiosa e logorante, rinchiuso all’interno di uno stabile, giorno dopo giorno, a prescindere dalla propria volontà, per 40 anni della sua unica vita.

Da qui la necessità dell’azione coercitiva dell’induzione coatta al lavoro attuata anche attraverso il sistema economico.

Senza un potente ricatto, infatti, nessun individuo sarebbe disposto a cedere la propria esistenza in cambio di un lavoro che non gli aggrada, requisito fondamentale in un mondo retto dal capitale.

L’attività lavorativa oggi è totalizzante e ruba energie psicofisiche ai lavoratori, che di ritorno a casa dopo una lunga giornata d’inutile asservimento non hanno più forza e volontà per dedicarsi alle proprie vere passioni.

Non è solo una questione psicofisica, anche volendo i lavoratori non avrebbero effettivamente tempo a disposizione per fare nulla. Per un subordinato esiste solo il tempo per lavorare, alimentarsi e riposare.

Chi lavora non ha il tempo necessario per veder crescere i propri figli, non ha tempo per praticare assiduamente uno sport all’aria aperta, non ha tempo per studiare, per dipingere o per suonare uno strumento musicale.

Il tutto deve essere svolto sporadicamente, sfruttando dei rari momenti di lucidità mentale ed energia fisica, in ancor più rari momenti di libertà.

La vita viene ridotta a un ruolo, non si è più esseri umani completi, vitali, liberi ma operai, impiegati, progettisti… ingranaggi di una macchina che sfugge dal proprio controllo.

Lavorando il tempo passa e l’esistenza perde di significato; il doppio ruolo di lavoratore-consumatore che il capitale ha pensato per gli esseri umani, annulla il senso dell’esistenza.

Il lavoro ostacola gli individui nel vivere la vita, e a un certo punto molti di essi non vedono alternativa all’illudersi dell’esistenza di un paradiso ultraterreno, all’ubriacarsi e al drogarsi per cercare di evadere da un’esistenza inutile e priva di senso da schiavi del capitale.

Ma com’è possibile che la massa non si ribelli di fronte all’ingiustizia dell’asservimento dell’uomo sull’uomo e all’annullamento del senso della propria esistenza?

All’interno dell’odierna società capitalistica il lavoro è un potente mezzo per il controllo sociale.

Individui che non hanno tempo per pensare, per studiare, la cui creatività è annullata dalla quotidiana attività lavorativa e che per sopravvivere dipendono completamente dalla loro subordinazione, difficilmente riusciranno a ribellarsi.

Non avendo tempo e lucidità per ampliare i loro orizzonti intellettuali, non si interesseranno alle conoscenze necessarie per comprendere la realtà.

Annullando la loro creatività, pur comprendendo le criticità, non riusciranno a concepire un’alternativa.

Le strade praticabili per l’esistenza dall’infinito spettro del possibile saranno così ridotte esclusivamente alla via della subordinazione.

La paura di perdere anche quel poco concessogli dal proprio sfruttamento farà il resto, condannando perennemente i lavoratori a una vita da schiavi.

Paradossalmente, se un individuo è allenato a credere che non ci siano altre possibilità, andrà volontariamente in cerca del proprio schiavista, invece di rifuggirlo o combatterlo.

In questo modo il modello d’asservimento diventa stabile e pur in presenza di alternative non si modificherà, riservando alle  future generazioni subordinazione e sfruttamento invece che libertà.

Ed è proprio ciò che sta accadendo oggi. Le persone non pensano che la società possa effettivamente cambiare, l’asservimento possa essere eliminato ed esistano delle logiche socio-economiche differenti che sarebbero in grado di assicurare a tutti benessere e libertà.

La tipica domanda è: allora che cosa possiamo fare?

Gli esseri umani hanno bisogno di tempo per vivere la vita, all’interno di una società che assicuri a tutti «pane, libertà, amore e scienza», volendo citare Malatesta.

Bisogna unirsi e iniziare a cooperare nell’interesse generale senza più guardare al profitto, attuando i cambiamenti necessari per concretizzare il benessere dell’intera umanità.

Ma per far questo è di fondamentale importanza prendere coscienza della propria condizione di sfruttamento e dell’esistenza di alternative concrete da poter attuare per raggiungere giustizia sociale, uguaglianza e libertà.

Mirco Mariucci

Se le idee contenute in questo saggio ti sono piaciute, puoi acquistare o scaricare gratuitamente la raccolta completa delle riflessioni di Mirco Mariucci al seguente indirizzo.

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Una risposta

  1. Andrea ha detto:

    Ciao, credo che desiderare un mondo ideale sia antiproducente. Il mondo è perfetto cosi com’è; perchè si può conoscere il nuovo (quello che non vibra nelle nostre corde). Ecco, siamo corde che hanno il solo compito di essere sfruttate; strumenti d’ indagine senza nessuno scopo universale se non quello di penetrare il mondo materiale; il diverso. Prova a guardare “L’ Ultima Tentazione Di Cristo” per farti un’ idea di quello che intendo (desiderare un mondo ideale significa rischiare di rimanerci intrappolata/o e bloccare il flusso continuo della vita e dell’ esperienza, pensaci). Nessun sistema è eterno e stabile, e la libertà si alternererà sempre alla schiavitù e all’ ignoranza, grazie a Dio.

    Ps: Non esiste nessun Inganno Globale perchè è la razza umana a volere questa situazione (e in cuor loro tutti sanno la verità ed il bene che deriverà da questa esperienza definita il male).

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