Mi perdo, perché sono libero

“Era ancora esitante per quanto riguardava la decisione presa. Ma stava cominciando a capire una cosa importante: le decisioni erano soltanto l’inizio di qualcosa. Quando si prendeva una decisione, in realtà si cominciava a scivolare in una forte corrente che ti portava verso un luogo mai neppure sognato al momento di decidere” P. Coelho

Mi sono perso mille volte, e altre mille continuerò a perdermi, perché in fondo è questo il bello. Si girovaga per il mondo, buttando l’ancora su isole fatte di idee e persone, fino a quando non ci si trova nel posto giusto, quello che rispecchia la nostra vera immagine.

Per questo amo perdermi. Perché mi aiuta a capire quello che non sono. Perché è un atto necessario, attraverso il quale si sfoltisce una matassa di fili inessenziali. Lo possiamo forse chiamare un processo di “esclusione”, una sorta di Jenga fatto di esperienze, dove si continuano a togliere tutti i blocchi che non servono alla stabilità del nostro castello.

Quando si evita di perdersi il castello rimane una torre senza forma, dove la vita di uno è uguale alla vita dell’altro. Quando si riesce a perdersi, invece, è come se l’embrione dell’anima iniziasse a lievitare rompendo, a poco a poco, il guscio della conformità, quello creato dalla paura scegliere. Senza questo passaggio, senza l’incontro con ciò che non serve alla felicità, l’uomo continuerà a sognare posti sbagliati, amori sbagliati, carriere sbagliate, idealizzandoli, trattenendoli nella mente per molto più tempo di quanto ne sarebbe servito ad avere un’esperienza diretta. Per questo motivo il tempo passato a perdersi non è un tempo sprecato, ma è un tempo prezioso, un tempo ricco di insegnamento, un tempo dinamico.

Ci si può nascondere sotto la sabbia della routine dove il percorso è preconfezionato, garantito dal 99% degli utenti, o si può scegliere di credere nella magia dell’Universo e rincorrere la propria “Leggenda Personale”. In entrambi i casi l’uomo è destinato a perdersi. La differenza sta nel “quando” e “come” riuscirà a ritrovarsi. Non è un gioco a cui alcuni possono scegliere di sottrarsi. Non esiste uno spazio a “bordo pista” dove si può starsene tranquilli ad assistere ai tentativi degli altri. Nella vita anche l’inazione ha le sue conseguenze. La paura di perdersi, come la paura di sbagliare, fa danni anche lei. Il danno che porta l’errore però ti insegna, mentre l’evitarlo ti ferma.

Nel purgatorio della non-scelta si vive scivolando sulla cera, i muscoli non servono, le gambe non servono, il cervello riceve informazioni senza elaborarle. Ho vissuto tanto tempo in quel posto, pur trovandomi dappertutto. Avevo letto che le cose semplici sono le più difficili da realizzare, che l’ovvio diventa tale solo quando viene mostrato. Avevo letto, perché leggere è più facile che scrivere. Così come far da spettatore alle vite degli altri è più facile che creare delle vite degne di essere raccontate.

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C’è un punto però in cui bisogna fare un piccolo sforzo, un punto in cui le mura fatte di quello che è più facile fare debbano essere abbattute, in cui la planimetria delle nostre convinzioni debba essere aggiornata per dar vita a delle azioni nuove. In questo cruciale momento della vita di ciascuno si prendono le decisioni sbagliate, che portano nei posti giusti, si diventa solidi, si dà forma all’astratto, e, soprattutto, si usa la volontà. Essa è l’anello di congiungimento tra una forza che spinge e una che tira. Entrambi sono essenziali all’evoluzione, ma solo una porta con sé la meraviglia del nuovo. L’altra vuole solo il vecchio, l’usuale, ciò a cui si è abituati.

Dando adito a quest’ultima, l’abitudine diventa col tempo la vera nemica della felicità. Usando la volontà per seguire la prima invece si cresce, si impara, ci si sente vivi. Con la volontà, infatti, posso prima affermare di meritare quello che desidero e poi prendere il primo passo necessario ad ottenerlo. Con la volontà posso decidere di continuare ad andare avanti anche quando tornare indietro sembra avere più senso. Con la volontà riesco a tenere in mente la destinazione anche quando mi perdo. Con la volontà posso scegliere di agire, di fare l’opposto di quello che sono abituato a fare.

Ma come si impara a volere? È questo il problema. In troppi non sanno volere, in troppi sono incapaci di scegliere il proprio destino, e non gliene faccio una colpa. Fa parte dell’essere umano la naturale tendenza all’auto-preservazione. E usare la volontà per perdersi in una terra di scelte è l’equivalente moderno di abbandonare la caverna per inoltrarsi in una selva piena di predatori: si teme, irrazionalmente, che l’errore possa portare all’annientamento, all’esclusione, alla morte.

È proprio qui che sta l’origine della felicità, e dell’infelicità, dell’uomo, in questa camera mentale dove vengono conservate delle paure antiche, primitive, in questa parte di noi che non ha dimenticato, che crede ancora di essere animale. Questa “sezione” del nostro cervello è estremamente potente, e se si riesce, con la volontà, a farla sentire al sicuro, non ci sono limiti a quello che si può realizzare, a quello che si può creare, alle esperienze che si possono avere. Quando l’ignoto invece ritorna ad essere sinonimo di pericolo lei lavorerà contro di noi, iniziando ad alzare delle barricate protettive che, una alla volta, trasformeranno la vita in una prigione.

Ritorniamo dunque a perderci. Perché sentirsi al sicuro nel farlo è la via d’uscita, la porta segreta del paese delle meraviglie. Ritorno dunque a perdermi, perché perdendomi so che sono libero, so che esisto. Non c’è nient’altro che serve sapere oltre a questo, a parte la verità secondo cui ogni azione, giusta o sbagliata che sia, pur servirà a qualcosa, ogni strada, giusta o sbagliata che sia, pur condurrà da qualche parte, e ogni persona, giusta o sbagliata che sia, pur ci aiuterà a scoprire un altro pezzetto di anima.

Vincenzo Marranca

Vincenzo Marranca è un musicista e blogger, creatore di dentrolatanadelconiglio.com Attualmente vive a Londra

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