Tre scelte di vita

“Sapevo che contavamo poco in confronto con l’universo, sapevo che eravamo niente; ma essere così smisuratamente piccoli sembra allo stesso tempo terrificante e riassicurante” Julian Green
Ricordo il tempo della scuola. Ricordo la sveglia di mia madre la mattina presto, l’alzarsi dal letto contro voglia, il suono fastidioso della campanella che rompeva preziosi attimi di chiacchericcio con i compagni. Ricordo queste piccole sensazioni spiacevoli, ma con immenso affetto, forse nostalgia. Perché al di là di quello che la scuola imponeva, la responsabilità di studiare, c’era qualcosa da cui disimpegnava, la responsabilità di scegliere. La responsabilità di scegliere un percorso di vita, la responsabilità di prevedere il futuro, di anticipare quale sarà una situazione che, tra 20 anni, ti renderà felice. È un onere molto più importante di quello che si crede, perchè una volta intrapresa una strada le possibilità di fare marcia indietro diminuiscono esponenzialmente man mano che si va avanti. A scuola non c’è da preoccuparsene, basta studiare quello che ti viene assegnato e ripeterlo. Ma una volta finita ci si aspetta che un ragazzo di 18 anni sia consapevole di quello che vorrà fare per il resto della propria vita. Cosa che è abbastanza insensata, specialmente se si considera il vero significato della parola “consapevole“. Essere consapevole, infatti, non vuol dire sapere quello che ti piace fare, ma essere in grado di rispondere alla domanda “cosa ci faccio qui?”, o “qual’è il significato della mia vita”. È una domanda pesante da fare, e al tempo stesso rara, visto che ne discutiamo con la stessa frequenza con cui discutiamo di salute intestinale (cioè solo quando estremamente necessario).
Io invece questa domanda me la facevo, me la continuo a fare da vent’anni, e la risposta che ho dato, finora, è cambiata almeno tre volte:
La prima, datami da famiglia, scuola e società, fu la classica risposta del sono-qui-per-trovare-lavoro-sposarmi-fare-figli-andare-in-pensione. Era una formula a prova di bomba, che doveva funzionare per forza, ma che alla fine non funziona quasi mai. E il motivo per cui non funziona risiede nel concetto di visione negativa, che vuol dire perseguire la visione di qualcosa credendo di volerla, quando invece si sta scappando da qualcos’altro, qualcosa che NON si vuole. Perché in tanti inseguono il lavoro perché non vogliono avere fame, inseguono una relazione perché non vogliono restare soli, fanno figli perché non vogliono più dover cercare un senso alla loro esistenza e hanno bisogno di proiettare le loro speranze in qualcun’altro.
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Non dico che una vita costruita su una visione negativa non ha valore, è perfettamente umano voler evitare fame e solitudine. Dico semplicemete che una vita che non è basata su una reale consapevolezza di sé non sarà mai pienamente soddisfacente.
Quando capii l’inapplicabilità di questa “ricetta” di vita al mio caso, mi affrettai a riformulare una risposta alternativa alla sopra menzionata domanda, e visto che ero un po’ stufo della banale ordinarietà della prima, decisi di rendere la seconda un po’ più extra-ordinaria: sono-qui-per-diventare-famoso divenne il mio nuovo mantra.
Fu come cambiare marcia, come cambiare telefono. Il cervello cominciò a funzionare in modo diverso, ed io cominciai ad agire in modo diverso. Questa nuova risposta mi portò in giro per il mondo, a fare esperienze che non avrei mai sognato di fare, a conoscere persone che non avrei mai sognato di conoscere. Nonostante ciò, dopo anni e anni di cammino, anche lei mi condusse allo stesso punto di partenza, dove ritornai a provare un generale senso di incompletezza e insoddisfazione. Per un attimo arrivai a pensare che ci fosse un’incapacità genetica di godersi la vita in me, ma non era plausibile. E prima di passare alla terza risposta ti voglio spiegare il perché.
Il senso di vuoto interiore, la percezione del non essere abbastanza, è un tratto distintivo dell’uomo moderno, fa parte integrante di noi come l’aria condizionata di serie fa parte degli ultimi modelli di automobile. Quello che ci rende diversi è il modo in cui lo gestiamo questo vuoto. Quando tieni in mente il concetto di visione negativa è facile rendersi conto di come la nostra società sia diventata grande, perché l’uomo dentro si sente piccolo.
L’emozione è la motivazione più grande che ci possa essere, essa è il grilleto delle azioni. La paura per la propria sopravvivenza è ciò che porta miliardi di persone a indaffararsi in attività inessenziali. La paura della solitudine è ciò che li porta a sposare chi non amano. La paura dell’esclusione dal gruppo li spinge a conformarsi. E, infine, la paura dell’anonimato è ciò che spinge a voler diventare famosi, come nel mio caso.
Una grandissima percentuale della vita sociale e dell’economia è basata sulla potentissima e naturale tendenza a evitare emozioni negative, e le grandi imprese o i grandi partiti ne sono al corrente. Per questo motivo utilizzano determinati slogan pubblicitari o immagini che invocano istinti primordiali come la paura della morte e il sesso.
In fondo, siamo semplici, facili da controllare. Una volta compreso il modo in cui funziona la mente umana, e la relazione tra emozione/azione, si può fare luce sulla natura delle proprie scelte e capire il motivo delle non-scelte.
E qui arriviamo alla terza risposta, alla terza scelta. Grazie al fallimento delle prime due ho compreso meglio me stesso. Ho capito che la mia personalità è stata altamente influenzata dal sistema socio-economico in cui sono cresciuto, e che il sistema stesso è fondato su una sorta di nevrosi collettiva. La terza risposta, dunque, non può nascere dal sistema, come non può nascere dalla ragione o dall’esperienza.
La vera risposta sul significato della propria vita si può solo intuire, o meglio inventare. Non esiste una formula, non c’è un significato prestabilito che vale per tutti. Il significato si trova sbagliando, perchè la vera risposta alla domanda “cosa ci faccio qui” è: sono-qui-per-diventare-la-migliore-versione-possibile-di-me-stesso. L’applicazione concreta cambierà da persona in persona, a parte per un unico, comune denominatore. Si diventa la migliore versione di se stessi quando si è coinvolti in qualcosa che si ama e che aggiunge valore alle vite degli altri. Senza il beneficio aggiunto per qualcuno al di fuori di se stessi, ci si continuerà a sentire immancabilmente, profondamente e inconmensuratamente incompleti.

Vincenzo Marranca

Vincenzo Marranca è un musicista e blogger, creatore di dentrolatanadelconiglio.com
Attualmente vive a Londra

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