In esclusiva per i lettori di crescitaspirituale.it, un estratto dal libro Dentro la Tana del Coniglio – Cosa ci rende felici, di Vincenzo Marranca (Aldenia Edizioni 2018)

 

“Parla con integrità, di’ soltanto ciò che intendi dire, evita di usare la parola per parlare contro te stesso o gli altri. Usa il potere della tua parola nella direzione della verità e dell’amore” Miguel Ruiz

 

Se fai un piccolo sforzo, e ti impegni veramente, noterai che tutto quello che hai creato e vissuto nella vita è partito dalle parole.

Le hai studiate a scuola, usate agli esami, nei colloqui, in famiglia, al bar; le senti per strada, in televisione, alla radio, le hai gridate, sussurrate, pensate. Le parole sono dei sigilli che creano, marcano e guidano le esperienze, delle finestre sonore sulla nostra anima. Sono la cosa più semplice e, anche se non ce ne accorgiamo, la cosa più potente che abbiamo.

All’interno delle parole si nascondono le nostre reali intenzioni e la nostra vera fede. Con le parole possiamo creare mondi nuovi, coinvolgere persone, iniettare idee nuove nell’ecosistema, creare letteratura che ispira.

Con le parole possiamo anche ferire, possiamo distruggere; possiamo usarle come armi, come pugni, come pugnali. Possiamo farle entrare nella pelle e spingerle fino in fondo, dove rimarrebbero ad echeggiare per mesi, anni, o tutta la vita.

Nonostante si sia generalmente convinti che per fare realmente del male ad una persona si debba colpirla in qualche modo, il dolore e il danno provocati dalle parole possono essere di gran lunga superiori a quello di una botta al corpo.

Le ferite delle parole non fanno rumore, non lasciano segni visibili, sono lame silenziose che tagliano la corteccia della personalità rendendola più debole. A volte il sentirsi dire determinate cose può essere traumatico, può cambiare profondamente.

Soprattutto da piccoli, quando si crede a tutto quello che ci viene detto, le parole sono dei veri e propri scalpelli che forgiano l’identità e lasciano segni indelebili. In quella fase si è più vulnerabili e più propensi a credere, o meglio, ad acconsentire a tutto ciò che ci viene detto, dando alle parole l’autorità di cambiarci per il meglio o per il peggio.

Ho sentito la storia di una bambina, di nome Stephanie, che adorava cantare. Una sera la madre tornò a casa molto stanca e con il mal di testa. Stephanie era invece abbastanza allegra e continuava a cantare, nonostante la madre le chiedesse di far piano.

Quando non ce la fece più, la madre le urlò contro, “stai zitta! Hai una brutta voce!”. La bambina smise di cantare, e la madre immediatamente si rese conto di quello che aveva fatto. Non pensava che Stephanie avesse una brutta voce, il contrario. Il mal di testa e la stanchezza le fecero perdere il controllo per appena il tempo che serviva a pronunciare poche parole.

Tuttavia furono poche parole che rimasero impresse nella mente della bambina per gli anni avvenire. Tutte le volte in cui dovette cantare in pubblico le sentì risuonare nella sua mente, “hai una brutta voce, hai una brutta voce”. Ci volle un notevole sforzo per zittirle. Furono pronunciate una volta soltanto, ma nella mente di Stephanie si ripetono ancora oggi.

Se lei non avesse acconsentito, se non avesse scelto di credere a quella frase, non sarebbe neanche rimasta nella memoria fino al giorno dopo.

Una volta che diamo valore a qualcosa che ascoltiamo, rendendolo parte della nostra storia, possiamo farlo diventare una “profezia”. Così il bambino che si sente spesso dire, “sei bravo ma non ti impegni”, finisce per crederci così tanto che a quarant’anni si chiede come mai non metta tutto sé stesso in niente. Così la bambina che sente dire da una compagna, “dovresti mangiare meno, sei grossa” in terza elementare, sviluppa un disturbo alimentare a 25 anni.

Tutte queste parole in sé non hanno nessun intento malevolo. Possiamo usare la parola “grossa” o la parola “brutta” in molti contesti in cui non avrebbero nessun eco. Quando però vengono pronunciate con l’intento sbagliato, o interpretate nel modo sbagliato, acquistano potere e possono insediarsi nel cuore.

L’uomo purtroppo, o per fortuna, non è forte come spesso crede. Sin dalla nascita deve combattere con il senso di abbandono e la vulnerabilità di chi è completamente dipendente da qualcun altro per sopravvivere i primi anni della sua esistenza. Sono gli altri a insegnarci come essere umani, sono gli altri ad insegnarci il significato delle parole, sono gli altri a dirci in cosa credere, cosa fare per essere accettati. In altre parole, sono gli altri ad addomesticarci.

Così come un cucciolo impara a poco a poco ad adottare quei comportamenti che soddisfano le aspettative del padrone anche noi impariamo, sin da subito, che possiamo essere ricompensati o puniti per le nostre azioni.

Siamo in tutto e per tutto dipendenti dai genitori e, non avendo gli strumenti per stabilire quali siano le nostre verità, prendiamo per vere le loro. L’essere amati e accettati dipende dalla nostra adesione a determinati standard, in famiglia come a scuola.

Il messaggio sottinteso è che le parole che ci vengono dette hanno una maggiore importanza di quelle che diciamo, che i pensieri dei grandi e le loro idee hanno un maggior peso dei nostri. Coloro che “fanno i bravi” perché usano le parole giuste vengono ricompensati con elogi, buoni voti e regali. Coloro che non ascoltano, o che fanno di testa loro, vengono considerati “monelli”, scapestrati, difficili. Quando si esce fuori dai binari di quello che è considerato normale/desiderabile iniziano quindi i giudizi, le etichette, i commenti, le opinioni, le critiche.

Nelle parole che ci vengono dette quando quello che siamo non rientra nell’ideale di qualcun altro risiede una forza estremamente distruttiva, che può creare un divario interno tra un’inclinazione e un’aspettativa.

Francesco è gay e vuole fare il designer ma la madre si aspetta che lui abbia una vita “normale”. Giovanna è appassionata di musica e chiede al padre di comprarle un pianoforte, il padre invece le compra una tastiera giocattolo dicendole, “non valeva la pena di comprare un pianoforte perché tanto smetti subito tutto quello che inizi”. Pietro, dopo aver consegnato la tesi universitaria al professore di psicologia gli sente dire, “lei non è portato per questo mestiere dovrebbe pensare di fare qualcos’altro”.

Le parole possono far male da piccoli, possono far male da grandi. Possono esser dette con buoni intenti ed essere comunque lette come un rifiuto. Possono lasciare sul fondo della coscienza l’idea di non essere abbastanza, possono lasciar dentro la mancanza di fiducia. Possono venire da dentro o da fuori. Possono essere interiorizzate e ripetersi all’infinito come un disco inceppato nel jukebox dei pensieri.

Di contro, si può arrivare a costruire tanta bellezza con le parole, tanta ricchezza, specialmente quando si presta attenzione al messaggio emotivo che portano e si rispetta il loro potere.

Il mondo intorno a te cambierà profondamente se inizi ad essere impeccabile con la parola, ovvero quando la tua parola, il tuo modo di parlare, smetterà di portare con sé una carica emotiva negativa.

Nell’impeccabilità della parola non esiste “peccato”, non esiste danno a sé stessi o all’altro. Nell’impeccabilità della parola esiste soltanto un sincero desiderio per la verità personale, unito a una profonda determinazione di proteggersi e di proteggere dal male che può essere causato da parole intrise di paura, invidia, gelosia o rabbia.

In questi primi passi di ogni crescita personale si presta molta attenzione alle parole che vengono dette, e a quelle che vengono semplicemente pensate, nonché all’intenzione che sta dietro entrambi.

 

Questo articolo è stato adattato per il web dal paragrafo “Parole”, del libro Dentro la Tana del Coniglio – Cosa ci rende felici, di Vincenzo Marranca (Aldenia Edizioni, 2018).  Nelle pagine successive si esplora il potere delle intenzioni, delle storie che raccontiamo a noi stessi e di quelle che ci raccontano.

Per saperne di più continua a leggere il blog dell’autore.