Metta: la pratica dell’amore compassionevole

Metta: la pratica dell’amore compassionevole

Non ci sarà mai pace nel mondo finché non saremo in pace con noi stessi. Iniziamo col disarmo unilaterale delle parti più bellicose presenti dentro di noi.

Quando una goccia si infrange sulla superficie dell’acqua, piccole onde di vibrazione si sprigionano generando un effetto a catena di inimmaginabile perfezione. Un movimento inarrestabile si diffonde equanime verso l’esterno, toccando ogni cosa, compresa l’anima di chi osserva. Questo è un movimento all’unisono che non vede distinzione e si attiva partendo da un centro, lì dove c’è stato l’incontro tra la volontà e la natura di ogni fenomeno.

Questa è Metta-bhavana, la pratica dell’amore compassionevole. Il termine bhavana si riferisce alla coltivazione mentale, ossia all’abbandono degli stati nocivi e allo sviluppo degli stati salutari. L’origine di questa pratica, che risale ai tempi del Buddha, era e continua ad essere il miele per ogni praticante della meditazione consapevole. Il Buddha ne diffondeva l’uso come saggia conclusione dopo la meditazione; un momento dove la mente si concede completamente per diffondere l’intento originario dell’amore e portare beneficio a tutti gli esseri.

La condizione ideale per la mente

Dopo la meditazione, quando la mente ha raggiunto un buon livello di concentrazione che ha creato dentro di noi uno spazio sufficiente per dedicarci completamente al mondo esterno e mandare buone vibrazioni di pace e amore, allora possiamo cominciare la pratica di Metta. E’ quindi evidente che non sempre siamo predisposti a questo tipo di pratica, la regola ci impone di verificare con accuratezza il nostro stato mentale e fisico, cercando di capire se ci sono grosse impurità (sotto forma di sensazioni grossolane), che impediscono di raggiungere una condizione ideale per la mente.

Lo stato mentale che garantisce un reale effetto, come quello che si può vedere appunto nella goccia che si infrange sulla superficie dell’acqua, è garantito dall’equanimità; potremmo anche immaginarlo come un completo stato di rilassatezza, un grande fiume che scorre senza trovare ostacoli, fluidificando l’intero Essere.
Metta è la pratica che ci aiuta a purificare la mente, a pulire il nostro specchio ogni giorno con dedizione amorevole ed una fede incrollabile. Nel tempo gli effetti sono irreversibili; una mente educata all’amore compassionevole diviene come un toro domato, docile e disponibile pronto ad impiegare l’intera sua forza per il bene altrui e del proprio padrone. La mente ed il padrone devono divenire la stessa cosa, non dovrebbe esserci distinzione tra i due, una disgiunzione come sappiamo genera attrito e sofferenza. E’ proprio questo attrito che viene lentamente sciolto con la pratica di Metta; ogni giorno lo sguardo interiore si rivolge verso l’esterno. Non più io, non più mio, soltanto uno insieme con tutti gli esseri. I miei meriti vengono condivisi, la mia felicità viene condivisa, la mia pace viene condivisa.

Un sano egoismo

Se ancora non avete trasceso quel fastidioso rapporto con la coscienza, la mente e la materia, allora dovreste lasciare un giusto margine per voi stessi, per poter dirigere le poche vibrazioni di amore e compassione che avete generato, verso di voi, consapevoli che il solo tentativo di rivolgerle verso l’esterno risulterebbe un atto di fede meccanicistico imp
osto da una dottrina coercitiva. Metta è in verità un atto di fede prima di tutto verso la propria anima, la più alta manifestazione della verità su chi sentiamo di essere in quell’esatto momento. Se sono pieno di impurità mentali allora il mio tentativo di mandare amore e compassione verso il mondo sarà un tentativo inutile, mentre al contrario la volontà di riconoscerlo con umiltà, risulterebbe di grande effetto e beneficio.
La scostante attività mentale ci spinge a metterci al centro dell’Universo come se la nostra sofferenza fosse l’unica ad avere senso. In verità la sofferenza si percepisce in ogni essere vivente, in essa si manifesta la nobile verità che il Buddha con assoluta compassione ha voluto farci vedere. Riconoscere la sofferenza in ogni essere è la base di una intensa presenza di Metta dentro di noi; liberandoci in questo modo dalla rete di condizionamenti inflitta dall’identificazione con l’io.

Un anti-depressivo potentissimo

Gli effetti della pratica di Metta sono stati verificati dall’esperienza diretta di migliaia di meditatori in tutto il mondo. L’uso costante della pratica di amore compassionevole è un vero e proprio antidoto alle negatività mentali, ai pensieri disfunzionali, quelli che sono causa della perdita di energia vitale.
Ogni giorno l’intera struttura fisica e mentale viene sottoposta ad un check-up e, dopo essersi accertati di mantenersi ben disposti alla pratica, diventiamo come piccole gocce che si immergono nell’enorme mare dell’esistenza diffondendo vibrazione di Amore all’infinito.
Questa continua disponibilità verso l’esterno indebolisce lentamente la struttura dell’ego, che è la causa della depressione e della sofferenza. Alla base di questa difficile fase iniziale, una persona afflitta da depressione dovrebbe lavorare principalmente sulla determinazione per fare in modo che le buone vibrazione di Metta lentamente penetrino dentro la struttura cellulare e quindi atomica dell’intero essere. E’ la nostra vibrazione a cambiare; parole di amore compassionevole e benevolenza hanno una particolare vibrazione; per riuscire ad influenza l’intera struttura è evidente che ci vuole tempo ed intensità. Senza ombra di dubbio il tempo sarà compagno e testimone di uno straordinario cambiamento che influenzerà ogni cosa intorno a noi.

Come praticare Metta

Il Buddha donò al mondo un insegnamento puro e limpido come l’acqua; la riscoperta della legge naturale alla base della quale si trova il segreto per liberarsi da tutte le sofferenze. Metta è parte di questo segreto e come parte non può essere praticata isolatamente. Per avere un effetto reale deve essere integrata nel modo in cui fu insegnato dal Buddha.

E’ evidente che produrre buone vibrazioni di pace e amore per tutti gli esseri non dovrebbe risentire di limiti e limitazioni, ma all’interno del puro insegnamento il Buddha attribuisce alla pratica della Metta un ruolo specifico che va ad inserirsi alla fine di ogni meditazione come epilogo di un processo scaturito dalla meditazione stessa. La pratica che insegnava il Buddha (Vipassana) ci permette di fare una complicata operazione chirurgica sulla mente; ed è proprio alla fine di ogni intervento che, praticando Metta, innestiamo piccoli semi di amore e compassione, capaci in seguito di germogliare e produrre buoni frutti.
Non possiamo nascondere che al giorno d’oggi in Oriente, ma soprattutto in Occidente, sono nati numerosi metodi e discipline che traducono gli antichi insegnamenti in maniera piuttosto rudimentale, qualche volta distorcendoli fino renderli inutilizzabili.
Non possiamo però escludere la pratica di Metta pensando che debba essere per forza inclusa all’interno del puro insegnamento del Dhamma. Metta dovrebbe essere inclusa in qualsiasi pratica, al temine di ogni sessione di meditazione, che sia una meditazione fatta a gambe incrociate oppure correndo o scalando una montagna, oppure riproducendo antichi movimenti del corpo; al termine, dopo aver analizzato la struttura mentale e fisica, il nostro intento di guarigione dovrebbe essere rivolto verso tutti gli esseri, visibili ed invisibili, vicini e lontani, grandi e piccoli, umani o non umani.

dhamma

Una qualità della mente

Come un’onda circolare che da un ipotetico centro si sprigiona verso l’esterno, Metta si diffonde da noi verso ogni cosa, senza distinzione alcuna, senza più alcun attrito interno doniamo compassionevolmente il nostro augurio di felicità, serenità e gioia a tutti gli esseri, attraversando incomprensioni, risentimenti e vecchie ferite. Nel tempo la pratica costante della meditazione e l’abitudine a praticare Metta diverrà una qualità della mente che, educata, comincerà spontaneamente ad osservare il mondo esterno con sentimenti di amore e compassione verso tutti gli esseri.
All’inizio è possibile che si percepisca una forte resistenza, ma la coltivazione incessante della pratica di Metta condurrà ogni serio praticante a fare esperienza diretta della radice stessa dalla quale ogni illuminato ha coltivato il proprio personale seme della liberazione. La frequenza benefica di pace e amore con la quale ci sintonizzeremo, per risonanza, si unirà ad una rete più vasta che nel tempo capiremo essere una protezione, nella quale prendere rifugio.
Il Buddha parlava di prendere rifugio nella triplice gemma: la gemma del Buddha, cioè della buddhità che risiede dormiente in ogni essere umano, la gemma del Dhamma, cioè la legge naturale dalla quale si produce il frutto dell’illuminazione e la gemma del Shanga, la comunità delle persone sante e risvegliate che operano e vegliano su ogni serio praticante della nobile disciplina.
Metta è la giusta conclusione che dovrebbe seguire ogni nostra azione, è la linfa che nutre e guarisce l’organismo in quanto vibrazione. In essa non c’è nulla di meccanico, non si tratta di ripetere mentalmente una preghiera o un mantra mentre si contano i grani di un rosario; ogni praticante sarà artefice della propria personale onda benefica di Metta, spinto dalla creatività e dal proprio intuito che detteranno le parole e la giusta intensità capaci di produrre un perfetto allineamento tra il pensiero, la parola e l’azione.

La preghiera Metta

Che io possa perdonare tutti coloro che consciamente o inconsciamente,
volontariamente o involontariamente
mi hanno fatto del male con le loro azioni fisiche, vocali o mentali.

Che io possa essere perdonato, da tutti coloro ai quali consciamente o inconsciamente,
volontariamente o involontariamente
ho fatto del male con le mie azioni fisiche, vocali o mentali.

Tutti sono miei amici, nessuno è mio nemico
Tutti sono miei amici, nessuno è mio nemico

Che tutti gli esseri dividano con me i miei meriti,
la mia pace,
la mia armonia,
la mia felicità.

Che tutti gli esseri siano felici,
in pace,
liberati, liberati, liberati.

Articolo di Maurizio Falcioni – domenica 07 giugno 2015
Fonte: karmanews.it | Link

Qual è la protezione di Mettā?

La sicurezza. Ci si ritrova al riparo dai bisogni vitali, dall’inimicizia e dai grossi problemi.

Quale ostacolo combatte?

L’ostilità. Quando l’ostilità si installa nello spirito si aprono le porte dall’odio, dell’insoddisfazione, della gelosia e dei pensieri malevoli. Fatto che attira inevitabilmente l’insicurezza, il malessere, il rigetto e difficoltà di ogni genere.

Come meditare su Mettā?

Come molti oggetti di meditazione, Mettā bhavana incarna un principio estremamente semplice; solo la sua applicazione può prendere del tempo.

Immergiamo, più che sia possibile, il nostro spirito nella benevolenza pura; poi, prolunghiamo questo stato mentale a lungo restando ben concentrati su di esso. E ogni volta che possiamo riportiamo la nostra attenzione su questo oggetto.

Affinché ci sia di aiuto allo sviluppo della benevolenza, cominciamo a scegliere quale obiettivo, delle persone su cui proiettarla. Ed essendo gli individui un supporto, in Mettā bhāvanā, in grado di incentivare la benevolenza, è opportuno non dare ad essi molta attenzione. Dobbiamo rimanere focalizzati esclusivamente sul sentimento della benevolenza.

La prima persona su cui dirigere la benevolenza dobbiamo imperativamente essere noi stessi, per una ragione evidente. Quando noi diffondiamo della benevolenza verso qualcuno, questa attraversa obbligatoriamente noi. Come potere, allora “inviare del benessere”, quando ne siamo “a secco”? Come dare dell’amore quando non ne esiste neppure per noi? E’ come una centrale elettrica che non può distribuire dell’elettricità in un paese, senza esserne provvista.

Ripetere una formula si dimostra di grande aiuto, soprattutto nei primi tempi della pratica (per qualche settimana, ad esempio), oppure a guisa di trampolino, durante i primi 5 oppure 10 minuti di ogni sessione seduta. Ciascuno può scegliere la formula che meglio gli si adatta, senza che essa sia una frase troppo lunga. Per esempio: “Possa io stare bene, al riparo da ogni pericolo, in buona salute ed in Pace!” Un esempio breve è: “Possa stare bene ed in Pace!

Vengono indicati diversi metodi per la scelta degli obiettivi verso cui emanare la benevolenza, come l’estensione progressiva nella zona; prima a tutti gli esseri (compresi coloro che sono invisibili), situati nella nostra stessa casa; poi quelli del quartiere o del villaggio; poi della regione, del paese, del mondo; ed infine l’assieme delle esistenze nell’universo.

Un altro sistema sta nel partire dall’obiettivo più facile sino a raggiungere quello più difficile. Noi siamo sempre quello più semplice. Se, a volte, abbiamo l’impressione che è più agevole destinare benevolenza agli altri, più che a se stessi, si tratta di un’idea errata, prodotta generalmente dal fatto che si crede si tratti di egoismo o di cosa inutile. Al contrario, è una grande necessità, particolarmente se abbiamo poca fiducia in noi.

 La carità ben gestita comincia da noi medesimi.
Proverbio francese

Ripetere in modo circolare questo tipo di formulazione può sembrare un fatto che manchi di naturalezza, all’inizio; e lo stesso accade d’altronde allorché dirigiamo tutto il flusso della nostra benevolenza, in modo continuo, verso persone che noi non apprezziamo abitualmente. Come in ogni campo, nessun allenamento è facile all’inizio. Il successo viene con la persistenza e con la pazienza.

Una volta che ci sentiremo saturi di Mettā, riguardo a noi stessi, potremo cambiare obiettivo. Sceglieremo allora la persona che apprezziamo di più: il nostro migliore amico, o la nostra migliore amica – e, in ogni caso, mai una persona di sesso opposto o, più precisamente, eviteremo il sesso che ci attrae (nel caso fossimo sedotti dai due generi diversi, visualizzeremo delle persone verso le quali non proviamo attrazione sensuale). In caso contrario il fatto di potenziare la benevolenza genererebbe, più o meno inevitabilmente, del desiderio sensuale (se non sessuale) per tale persona, e ciò corromperebbe la purezza della nostra meditazione. Non ci dimentichiamo che se la benevolenza è uno stato spirituale benefico, il desiderio è invece pernicioso.

Quando Mettā “scorre” bene, è come un climatizzatore emanante dell’aria che rinfresca costantemente, qualunque sia la persona che ne è l’obiettivo. Sta ad ognuno regolarne l’utilizzo: ogni ora, ogni giorno, ogni settimana. Dopo i nostri migliori amici, continueremo ad augurare le cose migliori, con tutta la sincerità, orientando la benevolenza verso una persona che ci sia indifferente; ossia, verso chi non apprezziamo, né deprezziamo in modo particolare. Il successivo oggetto di Mettā sarà il nostro “peggior nemico“; o se non ne abbiamo, chi ci può avere causato dei torti, o che pare ostile nei nostri riguardi. E se invece tutti sono nostri amici, potremo cercare qualcuno che sia nocivo verso altri.

La persona scelta (qualunque ne sia il tipo) potrà trovarsi all’altro capo del pianeta; ma dovrà, in ogni caso, essere conosciuta personalmente da noi e, di preferenza, viva. Infine, quale ultima scelta, indirizzeremo tutta la nostra bontà insieme a quella degli esseri, umani, animali ed altri, sia che li si conosca, oppure no; o che li si riesca a visualizzare o meno. Dopo di ciò, riprenderemo il ciclo dal primo obiettivo scelto; oppure continueremo senza di esso, se realizziamo che la nostra diffusione di Mettā è sufficientemente importante e regolare per fare a meno di un supporto; salvo a riprenderlo, ogni vita che sia necessario.

Perché mettā bhāvanā dona la sicurezza?

Il potere di Mettā è potentissimo. Quando è ben sviluppato, lo spirito entra in armonia con ogni elemento che si pone in contatto con lui. Più la corrente del fiume della benevolenza è forte, meno le nuvole delle ostilità possono risalirla. Al contrario, assumono la tendenza a farsi trasportare nella (buona) direzione dell’acqua.

Mettā procura, sia una sicurezza interna, che esterna. Interna, perché gli stati mentali malsani non possono interferire su di uno spirito bagnato da una corrente potente e continua di bontà, di benessere, di amore, di amicizia profonda, di gioia pura. Esterna, perché nessun essere (umano, oppure no) può ostacolare chi radia una tale energia benefica, così grande. Se si avvicina un individuo ostile, le sue cattive intenzioni fondono come neve al sole. Come il sole, più lo spirito brilla di benevolenza e più il suo raggio di influenza positiva è vasto ed intenso.

La vera religione è la benevolenza verso tutti gli esseri.
Aśvaghoșa

Non è necessario essere un meditante molto avanzato per sperimentare un’anticipazione di Mettā. Chiunque può percepirla – sicuramente ad un livello attenuato – anche se non ne ha mai sentito parlare e né vi ha mai prestato attenzione. Per esempio, quando ci sentiamo molto male, un piccolo nulla può fare esplodere in noi la collera e di conseguenza farci proferire ogni sorta di ingiurie. Se ci si richiedesse di reagire, nel momento in cui tutto va per il meglio, e ci sentiamo pieni di gioia e di affetto, saremmo incapaci di comportarci male. Potremo al massimo recitare la parte di una persona collerica; ma uno stato mentale realmente ostile non riuscirebbe assolutamente a nascere e ad apparire in tale momento. Ciò che è positivo con Mettā bhāvanā è che tali momenti benefici non sono occasionali, ma più o meno costanti e l’intensità della serenità e della gioia supera di gran lunga le nostre migliori immaginazioni!

In più Mettā bhāvanā possiede un potere magico, che si estende ancora più lontano. Se l’esperienza permettesse di constatarlo regolarmente, nessuno riuscirebbe a fornire una spiegazione razionale a questo fenomeno, che implica delle leggi molto complesse per la mente umana, come il kamma, o il movimento degli elementi (o delle “energie”). Il fatto è che le situazioni posseggono una forte tendenza a succedersi molto positivamente, per quanto riguarda uno spirito che possiede la purezza. Il fatto non riguarda solo Mettā, ma ogni espressione spirituale limpida che, per definizione, solo la concentrazione può permettere. Si può ben comprendere quanto sia naturale, allorché ci troviamo immersi nel desiderio che tutti stiano bene, difesi da ogni pericolo, in buona salute e Pace, che ogni cosa in cambio ci aiuti e ci protegga.

Raccogliamo ciò che seminiamo. Mettā offre una così grande capacità di benessere e di gaudio, da proteggere più di ogni altra cosa, giungendo sino a metterci ben al riparo dalla minima situazione non confortevole. Alcuni amano dire e pensare che i Deva contribuiscono a proteggere gli umani, che adottino degli stati spirituali nobili, o concentrati, influenzando gli avvenimenti (per evitare loro degli incidenti, e fornirli di quanto abbisognino…). Per prudenza, è sempre meglio non “prendere per oro colato” quanto non possiamo verificare da noi stessi. Tuttavia, pensare in questo modo ci può a volte motivare a progredire sempre in direzione del buon senso; e questo è l’importante.

Beninteso, esistono delle eccezioni alla protezione offerta dalla benevolenza; ma sono rare. Ciò detto, quando un meditante, assorbito negli stati jhanici di Mettā, muore di una malattia, possiamo facilmente immaginare che ciò avviene, probabilmente, affinché egli rinasca nelle migliori condizioni. Per quanto se ne dica, nulla può cancellare i nostri debiti karmici. Anche se risale ad un grande numero di esistenze passate, quando un akusala (atto nocivo) giunge a maturità, non esiste alcun modo per sfuggirvi. Anche Buddha ha continuato a regolare i suoi “debiti” sino alla fine della sua ultima vita.

Fonte: dhammadana.org | Link


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