Ora, ecco il problema: la nostra società, grazie ai miracoli della cultura del consumo e ai social media che ci ripetono di continuo che ehi-guarda-la-mia-vita-è-più-figa-della-tua, ha cresciuto un’intera generazione di persone convinte che avere queste esperienze negative – ansia, paura, senso di colpa eccetera – sia assolutamente sbagliato. Voglio dire, se dai un’occhiata al tuo feed di Facebook, trovi solo gente che se la spassa alla grande. Guarda, questa settimana si sono sposate otto persone! E una sedicenne alla tv ha ricevuto una Ferrari per il suo compleanno. E un altro ragazzino ha appena guadagnato due miliardi di dollari inventando un’app che ti rifornisce automaticamente di carta igienica quando rimani senza. Intanto, tu sei bloccato in casa a passare il filo interdentale al gatto. E non puoi evitare di pensare che la tua vita fa ancora più schifo di quanto pensassi.

Il Ciclo di Risposta Infernale è diventato una specie di epidemia, rendendoci troppo stressati, troppo nevrotici e troppo pieni di disprezzo per noi stessi. Ai tempi dei nostri nonni, se uno si sentiva di merda pensava tra sé: “Perdinci, oggi mi sento proprio una cacca di mucca. Ma, ehi, dev’essere la vita. Torniamo a spalare il fieno”. Ma adesso? Adesso se senti che la tua vita è una merda anche solo per cinque minuti, sei bombardato da trecentocinquanta immagini di persone strafelici e impegnate a vivere le loro vite fantastiche, ed è impossibile non avere la sensazione che ci sia qualcosa che non va in te.

È quest’ultima parte a metterci nei guai. Stiamo male per il fatto di sentirci male. Ci sentiamo in colpa per il fatto di sentirci in colpa. Ci arrabbiamo perché ci siamo arrabbiati. Ci viene ansia perché ci sentiamo ansiosi. Cosa c’è in me che non va? Per questo sbattersene è tanto fondamentale. Per questo salverà il mondo. E lo farà accettando che il mondo è completamente fottuto e che va bene così, perché così è sempre stato e sempre sarà. Sbattendotene del fatto che ti senti male, mandi il Ciclo di Risposta Infernale in cortocircuito; ti dici: «Sto di merda, ma chi se ne fotte?». E poi, come cosparso di una polverina magica che ti aiuta a sbattertene, smetti di odiarti per il fatto che ti senti male.

George Orwell diceva che vedere cos’abbiamo davanti al naso richiede uno sforzo costante. Be’, la soluzione al nostro stress e alla nostra ansia è proprio lì, davanti al nostro naso, e noi siamo troppo impegnati a guardare porno e annunci di apparecchi per addominali che non funzionano, chiedendoci perché non ci stiamo scopando una strafiga bionda con una tartaruga da sogno, per accorgercene. Su Internet scherziamo sui “problemi del primo mondo”, ma siamo diventati davvero vittime del nostro stesso successo.

Negli ultimi trent’anni, casi di depressione, disturbi d’ansia e problemi di salute connessi allo stress hanno raggiunto livelli inimmaginabili, nonostante tutti abbiano un televisore a schermo piatto e possano farsi recapitare a casa la spesa. La nostra crisi non è più materiale; è esistenziale, spirituale. Abbiamo così tanta roba e così tante opportunità che non sappiamo neanche più a cosa dare importanza. Poiché possiamo vedere o conoscere una quantità infinita di cose, c’è anche un numero infinito di modi in cui possiamo scoprire che siamo inadeguati, che non siamo abbastanza bravi, che le cose non sono fantastiche come potrebbero essere. E questo ci strazia interiormente. Perché è questo il problema di tutte le stronzate sul “Come Essere Felici” con otto milioni di condivisioni condivisioni su Facebook degli ultimi anni – quello che nessuno capisce di tutta questa storia:

Desiderare un’esperienza più positiva è di per sé un’esperienza negativa. E, paradossalmente, accettare la propria esperienza negativa è di per sé un’esperienza positiva.

Si tratta di un cambiamento totale di prospettiva. Perciò ti darò un minuto per riavviare il cervello e magari rileggere la frase:

Desiderare un’esperienza positiva è un’esperienza negativa; accettare l’esperienza negativa è un’esperienza positiva.

È questo che intendeva il filosofo Alan Watts con il nome di “Legge d’inversione” – l’idea che più ti sforzi di stare continuamente bene, meno sarai soddisfatto, come se inseguire qualcosa non facesse che rinforzare la consapevolezza della sua mancanza. Quanto più disperatamente desideri essere ricco, tanto più ti sentirai povero e immeritevole, a prescindere da quali siano effettivamente i tuoi guadagni. Quanto più vuoi essere attraente e desiderato, tanto più inizi a vederti brutto, a prescindere dal tuo effettivo aspetto fisico. Quanto più desideri essere felice e amato, tanto più ti sentirai solo e spaventato, a prescindere da quante persone avrai intorno. Quanto più desideri un’illuminazione spirituale, tanto più egocentrico e superficiale diventerai nel tentativo di raggiungerla.

(Mark Manson , The subtle art of not giving a fuck – disponibile anche in italiano col titolo orrendo “La sottile arte di fare quello che c***o ti pare“).

– Andrea Panatta –